Ma la schiavitù non era stata abolita?

Pubblicato: 20 aprile 2009 da massitutor in Uncategorized

LEGGI Io schiavo...

Sono le cinque di un’anonima mattina. Siamo in quindici e stiamo aspettando da circa trenta minuti l’arrivo del solito camioncino. Fa freddo, battiamo tutti i piedi per terra, per non congelarci, per far scorrere un po’ di sangue caldo nei nostri inutili corpi. Sembriamo tanti ballerini di tiptap, ma non ci stiamo divertendo. Sin sono creati alcuni gruppetti, ci siamo divisi in base alle nostre nazionalità. Italiani non c’è ne sono ed io mi sono aggregato ad un gruppo di arabi, mi han accolto volentieri tra loro, forse per il mio aspetto fisico mediorientale. Intorno c’è il nulla, o meglio, ci sono distese di piantagioni di pomodori, erbe officinali, e serre di plastica. Dalle piante si sprigiona un vapore fitto e basso, sembra nebbia che ricopre questa triste realtà. Siamo nei dintorni di aversa, anche se potremmo essere nelle risaie padane, poco cambia, il territorio è anonimo e indefinibile. Dal sentiero di terra battuta, in lontananza, si alza del pulviscolo, segno che il nostro “caporale” sta arrivando a caricarci. Non tutti stamattina avranno il lavoro, solo quelli più abili e più in forze. Io non rischio di certo la disoccupazione.

Il vecchio camioncino fiat si ferma a pochi metri dalla fila, scende solo il capo, mentre l’autista rimane al suo posto col motore acceso pronto a ripartire, il tempo qui è davvero denaro. I pomodori devono essere raccolti in fretta e poi portati ai mercati ortofrutticoli per poi esser venduti ai vari negozianti. Nessuno diventa ricco con questo lavoro, nemmeno il capo. Si tira avanti e questo basta. In questa “cooperativa” veniamo pagati a peso, quindi bisogna lavorare duramente, rompersi il culo e non temporeggiare. Due euro per ogni cassetta piena.

La “pienezza” della cassetta viene sempre decisa dal caporale, qui ognuno pensa a se, fa il suo gioco. Veniamo caricati in undici, gli altri rimangono a terra. Non sembrano tristi, più tardi tenteranno di lavorare come scaricatori al mercato, c’è sempre una seconda occasione per gente come noi.

Una volta sul camioncino il capo urla di partire.

Ora nessuno parla più, sembriamo dei condannati a morte, portati alle nostre gogne. Nel gruppo c’è anche qualche donna, solo ora ci faccio caso. Sono zingare con gonne lunghe e fasce colorate nei capelli. Sono sporche e vecchie, devono però portare soldi ai loro mariti, altrimenti verranno ripudiate dal clan. Intorno c’è silenzio, mi lego un pezzo di stoffa intorno alla bocca, per non inalare la polvere che il camion alza da terra. Gli altri mi guardano straniti, loro ormai non han più speranze, loro hanno i polmoni corrosi da mille di questi fottuti viaggi. Questa è solo la mia seconda volta, devo ancora imparare da loro. La loro pelle è dello stesso colore e consistenza del cuoio, come la carnagione di alcuni miei amici nativi americani. Siamo gli “indiani napoletani”. Siamo nulla.

Il mezzo si ferma bruscamente, scendono entrambi gli uomini e sempre urlando ci impongono di scendere alla svelta, davanti a noi si estendono ettari ed ettari di piante di pomodori. Le cassette vuote sono già lì che ci aspettano. l’autista ci consegna una cassa a testa e poi urla “AL LAVORO!”.

Lentamente, senza fretta ognuno prende la sua posizione, la sua fila di piante ed inizia. Io mi son portato un pezzo di corda, da legarmi intorno alla vita e con la cima libera avvolgo un manico della cassetta, così che questa mi seguirà passo passo, come un fedele cagnolino che diventerà minuto dopo minuto sempre più pesante. Questo trucco me lo insegnò un vecchio marocchino, lui sapeva tutto della vita.

Lavoro da trenta minuti e ho le gambe che mi tremano e la schiena che scricchiola, forse morirò qui, concimando questa piantagione, e nessuno se ne accorgerà mai. Mi guardo intorno e scorgo gli altri piegati in avanti, intenti a lavorare. Sembriamo quegli uomini di colore che lavoravano nelle piantagioni di cotone qualche secolo fa negli stati sudisti della liberale America.

Ma la schiavitù non era stata abolita?
La prima cassetta è piena, la lascio qui, corro al camion e ne prendo un’altra, l’autista mi vede e mette un segno sul quaderno con la sua penna nera. Solo lavorando senza interruzioni si può sperare di guadagnare qualcosa. Qualche mio compare di sventura ha già abbandonato la sua postazione, il caldo inizia a farsi sentire, ha lasciato la sua cassa semivuota lì, come una boa a segnalare il suo passaggio.

Dopo due ore di lavoro mi prendo una pausa, cerco una sigaretta nel pacchetto spiegazzato e l’accendo. Ho riempito 5 casse, diciamo metà lavoro, puzzo di sudore, sono sporco di terra, ho la terra infilata sotto le unghie, le dita sono arrossate, le piante di pomodori han delle piccole spine, quasi invisibili, che ti si piantano nella pelle, e non puoi eliminarle, devono esser assorbite dal tuo organismo. A metà sigaretta assisto ad una scena assurda. Le donne, mentre lavorano piegate, allargano le gambe e pisciano. Non possono permettersi di perdere altro tempo per i bisogni fisiologici. Vengono già preparate non indossando le mutande.
Spengo la cicca sulla terra nera, col mio tallone. Guardo avanti a me e non riesco a scorgere nulla di definibile, solo altre fottute piante di pomodori.

Altre storie, altre faccie, mani, gambe e sudore si possono trovare sui braccianti.bloog.it
commenti
  1. anonimo ha detto:

    é un lavoro molto duro quello del raccoglitore ,e non sempre si guadagna a dovere se poi ci metti la diucupazione che c’è qui a Bologna,allora spesso è da ritenere una cosa molto utile e se poi i prezzi ti vengono incontro allora capisci che mangi,la prima cosa che serve a soppravivvere se poi avanza qualche soldo c’è solo da stringere i denti per la durezza della cosa ,ma è un principio fondamentale e aiuta ad essere uniti a volte sai il sud ci bagna il naso ma è giusto così,piuttosto che una brutta disucupazione insignificante è meglio così.ciao CARLO MONTRESORI

  2. simpit ha detto:

    grazie di questa testimonianza, un pò mi ricorda la mia raccolta delle mele al nord e qualche esperienza di lavoro nei campi al sud in certe cooperative.Ma il clima era divertente e familiare per entrambi i casi.La differenza quì la fanno senza dubbio quelle persone che nn hanno alternative e che vengono sfruttate per la loro particolare condizione sociale in Italia senza documenti, senza copertura assicurativa, e sindacale che i nostri connazionali e anche per alcuni di noi PARENTI,se ne approfittano.

  3. cosentinonico ha detto:

    si è una voce nel coro. ho lavorato ancvhe io per una cooperativa, almeno lì hai l’infortunio e la malattia.
    in quei casi se ti fai male ti danno un calcio nel sedere e via.
    grazie per i vostri commenti e grazie a max per la sua disponibilità

  4. massitutor ha detto:

    Grazie davvero a Nico! è un gran testo.
    Vi consiglio di cliccare sulla foto e sugli altri link che trovate nel testo, c’è un po’ di roba che credo sia interessante.

  5. Niccky ha detto:

    Ciao ragazzi,
    anch’io sono molto amareggita….ieri mi hanno pagata per una settimana di lavoro e vengo a prendere €3 l’ora non credevo che i negrieri esistevano anche in Germania.
    Cazzo!!!!!

  6. marzia ha detto:

    Per l’articolo che ti dicevo questo post è l’ideale. Ti scrivo in ptv
    Ciao!

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