Archivio per ottobre, 2009

All’età di sette anni, in un pallosissimo pomeriggio d’estate, decisi che da grande avrei fatto il giornalista. Corsi subito da Morena per metterla al corrente della mia nuova decisione. Morena era una giovane educatrice del collegio, andava sempre in giro con una Fiat 126 color verde pisello accompagnata da un Mastino Napoletano che a me appariva come un enorme dinosauro con la targhetta ed il collare. Ascoltò con attenzione e poi mi disse che se da grande avessi voluto fare il giornalista dovevo cominciare a ribaltare le mie abitudini: studiare, essere disciplinato, non malmenare i compagni a tutte le ore e senza preavviso e soprattutto non mandare affanculo adulti e insegnanti.
Dovetti promettere, ma in cuor mio sapevo che sarei riuscito a conciliare entrambe le cose, così alcuni giorni dopo cominciai a studiare il mestiere del giornalista con Morena in cattedra che passava il tempo ad inchiodarmi su verbi, analisi grammaticale, analisi logica e disciplina.
Dopo due lezioni tornai alla mia antica passione, menar le mani  fino a quando nove anni dopo mi capitarono fra le mani le poesie di Saffo. Non c’erano parole per descriverne la bellezza, le aveva prese tutte lei e così smisi di scrivere poesie e comprai una chitarra.
Di leggere non se ne parlava assolutamente, le parole si spostavano continuamente sul foglio, mi toccava rincorrerle continuamente, e mi provocava gran mali di testa, nausea ed effetto sbronza che mi sdoppiava le immagini.
Anni essere dislessico guardando la tivù scoprii che ero stato un bambino dislessico in un epoca in cui gli insegnanti distinguevano a malapena gli alunni dai loro banchi.
Leggere ad alta voce in classe era una vera umiliazione, in terza media leggevo come un bambino di quarta elementare. Cominciai ad avere il fondato sospetto di essere solo un ragazzo violento e ignorante, poi mi tornarono alla mente le parole di una supplente della quinta elementare che dopo l’ennesimo pestaggio a danno dei bulletti delle altre classi mi disse: “Stefano se da grande farai il bandito sarai il capo dei banditi. Però, guarda se riesci a fare di meglio, io nesono convinta”.
Era troppo simpatica per non avere ragione, dunque nella rinnovata convinzione di essere un ragazzo intelligente attesi pazientemente di incontrare il mio talento e cominciai a guardarmi intorno.
A quattordici anni rubai la mia prima automobile e due ore dopo sono in questura con mamma in lacrime che mi massacra di schiaffoni e con l’appuntato che sorridendo mi invita a cambiare strada e a studiare se non voglio finire in galera. Se non ci finisco con la mamma penso di poterlo sopportare.
Mi fu chiaro che le automobili non erano il mio talento ed allora passai a rubare biciclette, motorini, furgoncini. Gli altri della banda passarono presto a scippi, e qualche anno dopo alle rapine, ma io mi fermai molto prima, sull’angolo fra via Sant’Ottavio e Corso Regina. Ero appostato quando Angelo mi indicò la vittima dello scippo: “Stefano è come toccare il culo alle ragazze quando corri in mezzo alla folla, solo che questa volta le devi strappare la borsetta”. Quel giorno avevo capito che non sarei mai finito in galera e che non sarei diventato il capo di nessuna banda, perché quel gioco non poteva diventare violenza a danno di una signora anziana che poteva essere mia nonna.
Mi restavano comunque il piacere di sbatacchiare a calci, pugni e sputi i bulletti che se la prendevano con i più deboli, ho sempre e solo pestato bulletti. A vent’anni finalmente riesco a prendere il diploma di terza media presentandomi da privatista dopo due tentativi fallimentari alle serali.
Dei miei talenti solo alcune ombre, da anni gli amici si aspettano che prima o poi io faccia il salto di qualità. Verso, dove e per che cosa nessuno riesce ad immaginarlo ma tutti attendono fiduciosi.
Con gli anni si fa strada il dubbio che il mio destino sia quello dell’eterna promessa. Morire mentre tutti aspettano ancora l’esplosione di qualche talento. Che delusione.
Arriva il primo amore, le prime pippette, le delusioni e la prima grande depressione.
Sono i giorni di Don Milani e di “Lettera a una professoressa”, dall’incontro con Saffo sono passati molti anni e questo nuovo libro sembra fatto per dare speranza, i problemi con la lettura restano, non riesco ad andare oltre la terza pagina e con grande fatica. Per molti mesi lo avrò sempre appresso sotto il braccio, in mano o nello zaino, pronto per essere aperto a caso per farmi rasserenare, per finire col tempo a fare da zeppa al tavolo della cucina e non perché abbia smesso di amarlo, tutt’altro. Un libro così bello sa stare ovunque e sa fare bene anche la zeppa. Un libro che non ho cercato poi per anni, non ne sentivo il bisogno, mi bastava sapere che da qualche parte fosse ancora scritto.
In quello che appare essere un abisso di ignoranza mantengo ancora oggi l’abitudine di memorizzare continuamente parole nuove, di curare il linguaggio che sin da giovanissimo avevo compreso essere potere e libertà. Avevo sempre con me un quaderno e quando sentivo una parola nuova me la appuntavo e poi me la facevo raccontare dai grandi, capitava persino che lo facessi davanti alla televisione o alla radio.
Sulla copertina del quaderno avevo scritto “Parole Rubate”.
E’ forse proprio la cura del linguaggio che negli anni aveva fatto di me una promessa e dunque se talento vi era andava ricercato nell’universo delle parole. Nulla, la promessa aveva sempre più il sapore dell’eternità.
Arrivano, l’alcol, un filo di eroina, la chitarra presa e abbandonata più volte e poi l’hiv e la decisione di viaggiare in bicicletta. Don Milani è un antico ricordo, credo fossero passati vent’anni e nel frattempo ogni libro non andava oltre la decima pagina, in tutto.
Il secondo anno di viaggio un amico mi cosigliò di leggere Stefano Benni. Bello Benni, ma io che da bambino volevo fare il giornalista mi sentii una merda, inoltre da quando sono partito in bicicletta ho cominciato a redigere un diario che in cuor mio vorrei diventasse un libro. Qui rischia di finire come con Saffo e abbandono la lettura.
Poi arriva Pennac, un genio della parola e del racconto, se vado oltre la settima pagina finisce che smetto di scrivere e devo cercarmi un lavoro. Abbandono Danniel Pennac in una cabina telefonica in provincia di Siena e continuo a pedalare, scrivere raccontare e rubare parole.
Cazzo questi scrivono benissimo, ci campano degnamente, li leggo e loro mi stroncano? E’ troppo.

Anche questo è Laboratorio – Quarta parte

Pubblicato: 30 ottobre 2009 da massitutor in laboratorio, lavoro

Un PUNKABBESTIA che lavora… e per di più da muratore! Di fatica insomma. Un documento eccezionale che solo noi di Asfalto potevamo mostrare. A presto il video che documenta il bizzarro avvistamento.

Anche questo è Laboratorio – Parte Terza

Pubblicato: 29 ottobre 2009 da massitutor in asfalto fuoriporta, laboratorio

Una volta, Invitati dall’amico Mauro Sarti, siamo andati all’Università di Bologna a Scienze della Comunicazione per una lezione sull’etica del giornalismo.

Anche questo è Laboratorio – parte Seconda

Pubblicato: 28 ottobre 2009 da massitutor in laboratorio

Anche questo è Laboratorio – parte prima

Pubblicato: 28 ottobre 2009 da massitutor in laboratorio

matty

Verso la Libertà

Pubblicato: 27 ottobre 2009 da massitutor in pensieri in libertà

tutto escluso 2009

Qualcuno in questi giorni mi ha detto che il testo di AURORA è stato ricopiato dai Subsonica, non è vero: quando ho scritto  questo testo avevo si e no 16 anni e Aurora Galli era la mia assistente sociale, una bella mantovana che mi fece qualche domanda e mi trovò un lavoro subito a Desenzano del Garda poche parole e fatti come tutte le mantovane. Era il 1984, ho tanta inventiva e fantasia da avere un pregio, quello di non saper ricopiare, e chi pensa che non so stare alle critiche  non è vero, certo è più facile digerire un complimento, invece per la critica ci vuole un pò più di tempo ma si digeriscono anche quelle.
Oggi è il due ottobre, festa di San Petronio c’è un po di musica in Piazza maggiore e io son seduto sulle scalinate di San Petronio come tanti altri e in una festa religiosa decido di scrivere qualcosa di religioso almeno li in quella materia avevo tutti 10 e tanti complimenti fatti dal mio insegnante di religione che era un prete di Sorisole  Bergamo, per l’appunto VERSO LA LIBERTA’.

VERSO LA LIBERTA’
Cercasti di dire al tuo ultimo sospiro,
di quanto tu amassi la libertà
e con gli occhi rivolti al celo
chiedevi se per amore, tupotessi vivere ancora;

e ti allungarono la vita, giusto per il tuo amore che stava affondando
in strade sbagliate, ma dopo 3 giorni
fu l’inizio della risurezzione e chissà dove andò.

So solo che ha fianco rimase il ricordo di quanto ci si amava
amava e si era liberi senza catene,
come acqua che scorre dalla sorgente al mare
e sopratutto sconfiggesti quella droga
che per anni tu versasti nelle vene
, senza capirne un perchè
ma quando ritrovasti la vita, il corpo e la mente,
allora capisti tutto di come si deve fare a vivere

e poi cercasti di dire al tuo ultimo sospiro di quanto
tu amassi la libertà, e con gli occhi rivolti al celo,
chiedevi se per amore tu potessi vivere ancora
e ti allungarono la vita giusto per il tuo amore
che stava affondando in strade sbagliate.

Basta con i privilegi delle panchine!

Pubblicato: 23 ottobre 2009 da massitutor in asfalto fuoriporta, civiltà, libertà, stampa

Pubblico così come l’ho trovato… il commento a voi.

panchina antibivacco VR

Roma: arrivano le panchine anti-bivacco

Dove dormiranno 4mila homeless romani? – Lo ha anticipato oggi l’assessore capitolino all’ambiente, Fabio De Lillo: dal 2010 a Roma saranno installate nei parchi le panchine anti-bivacco, quelle con braccioli divisori che non consentono di sdraiarsi. Il progetto già esiste e a breve ne sarà finanziata la messa in opera all’interno dei giardini nei quali non è prevista la chiusura notturna.
De Lillo ha anche detto che le panchine anti-bivacco sono già presenti in altre capitali, quindi non c’è da stupirsi se verranno adottate anche a Roma.

Tempi duri quindi anche per i senza tetto della capitale. Perché a Roma, a dormire nei giardini o direttamente sulla strada, gli homeless sono circa 4mila, poveri disgraziati possessori di nulla. Lo ha rilevato uno studio a supporto delle iniziative a sostegno dei senza fissa dimora promosse dall’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini e da Commercity, in collaborazione con la Rete della Solidarieta’ e con la Comunita’ di Sant’Egidio. Lo studio è stato presentato a Settembre 2009 (leggi qui) ed ha dimostrato che Roma è la capitale dei senza tetto. In assoluto gli homeless romani sono circa 6mila e rappresentano il 35% della popolazione homeless in Italia. Di questi, sono 4mila quelli che trovano riposo, almeno fino al 2010, sulle panchine dei parchi.