Archivio per la categoria ‘stra-cult’

L’Allevatore di Farfalle

Pubblicato: 26 ottobre 2012 da massitutor in alkoliker - il diario, stra-cult, viaggio

Vale la pena riaprire questo storico spazio di racconto e condivisione sui margini della vita in occasione dell’uscita del secondo libro di Stefano Bruccoleri: amico e fondatore di Asfalto.

Eccolo è arrivato volando “L’allevatore di farfalle” di Stefano Bruccoleri, il libro è bellissimo sia dentro che fuori…domani farà la sua prima apparizione a Genova dove saremo con il banchetto al “If the bomb falls 4” festival di autoproduzioni al Lsoa Buridda…nei prossimi giorni inizierete a trovarlo nelle nostre librerie di fiducia qui a Torino, poi da novembre in tutta Italia…pronti a spiccare il volo!!!

“Adotta uno scrittore, potrebbe rifugiarsi nella fede”
Con l’uscita del libro parte anche la Libreria Itinerante.
Potete ordinare una copia del libro e vedervi arrivare a casa l’autore su un cavallo di ferro, la mia bicicletta, un caffè,una birra e due parole.
Questo libro è anche il mio lavoro, la mia piccola fonte di reddito oltre che il lavoro di riparatore di biciclette.

Mandate una Email a: edera007@gmail.com con oggetto: ordine libro e nell’arco di pochi giorni arriverà il libro.
Indicate indirizzo, nome sul citofono , i giorni e gli orari preferiti.
L’iniziativa è valida solo per Torino e provincia.
Per tutti gli altri potete trovarlo nelle libreria da Novembre

 

Una delle gite che facciamo ogni tanto. Partiamo dal Centro Diurno di via del Porto con una muta di cani che potrebbe trainare una slitta e via a passi stanchi verso il centro. Questa volta la destinazione è la Pinacoteca di Bologna, dove è allestita una mostra del famoso disegnatore Charles Burns.

 

Il mazzo di chiavi

Pubblicato: 7 febbraio 2009 da massitutor in alkoliker - il diario, amicizia, la vita è un cantiere, morte, stra-cult

Prosegue il racconto a puntate del nostro amico lontano Stefano "Bici" Bruccoleri. Il viaggio a tappe nelle terre di mezzo, dei margini qui fa un salto indietro: un flashback nel tempo e nello spazio in una zona indefinita che possiamo solo immaginare. Dalle lotte di incomprensione con servizi sociali e sanitari, educatori e ogni altro genere di agenzia di controllo-recupero approdiamo qui al confine ultimo conosciuto: l’opzione definitiva fra l’esserci e il non esserci; il corpo come prigione di dolore dal quale sembra possibile evadere.
Un testo questo che avevamo già presentato in forma di video, con la collaborazione di Massimo Macchiavelli, ma che riporto ora volentieri nella sua primaria veste letteraria perché ne vale veramente la pena: ancor più di altri passaggi del Diario Alkoliker questo testo presenta parole levigate a mano ed incastonate da un esperto artigiano in un meccanismo unico di emozione, verità e testimonianza.

alkoliker

Agosto è il mese dei suicidi.
E’ alta stagione per la psichiatria, trovare un posto letto in repartino è quasi impossibile, ma se sei abbastanza fortunato puoi ancora trovare posto nella  provincia. Dipende da chi c’è di guardia in pronto soccorso.
Villa Cristina alla periferia di Torino?
“No lì non ci voglio tornare” Ci avevo trovato Michela del gruppo di alcolisti, non mi riconobbe, sembrava che le avessero gonfiato la faccia come un canotto, la pelle del viso liscia e molla come le dita cotte quando si lavano i piatti con l’acqua calda. Gli occhi vuoti che guardavano al vuoto: l’opera devastatrice degli psicofarmaci e di una vita che ti insegue, perché senza quel corpo non ci sarebbe vita. Quella vita.
Ho trovato la chiave! Bello, ma perché non ci avevo pensato prima. Mi sale la pace e mi si sciolgono i sassi  nello stomaco, covo di pugni annodati e dimora di tutte le angosce.
Quando stai così di merda non servono neppure gli psicofarmaci e non servirebbe neppure riavere il mio amore.
Ma adesso tutto questo non conta, ho trovato la chiave, la pace.
Mi dispiace solo per Zora. Di lei credo e ne son certo se ne occuperanno Maria Grazia e Sergio.
La gomma che il vicino usa per innaffiare il giardino dovrebbe essere della stessa misura della marmitta dell’APE 50. L’ho smontata e rimontata il mese scorso e la gomma la vedo tutti i giorni. Se dovesse essere troppo stretta posso scaldarla sul fornello ed allargarla mentre se fosse troppo larga in laboratorio dovrei avere sicuramente una fascietta  nella Scatola Magica.
Ci sono voluti dodici anni per averla così fornita. E’ una vecchia scatola di biscotti in lamierino leggero in stile tarda Liberty con i caratteri delle lettere giallo oro tipiche degli anni 40/50. Un artigiano non può fare a meno di una Scatola Magica. Quando al sabato ripulivo il laboratorio riponevo tutte le viti e chiodi che trovavo in terra o sul fondo dei cassetti e dato riporle tutte negli appositi separatori sarebbe stato un delirio li riponevo nella scatola dei biscotti. Dopo dodici anni potevo trovarci tutto di tutto, e di tutte le misure: chiodi, viti, rondelle, dadi, bulloni e fascette. Ah è vero, mi stavo perdendo!
Prendo il coltello e vado a tagliare un pezzo di tubo, dalla marmitta all’abitacolo ce ne vorranno due metri e mezzo. La cilindrata dell’Ape è 50 centimetricubici ed in proporzione lo scarico dovrebbe avere un diametro non superiore al centimetro e mezzo. Nessuna fascetta metallica entra che è un piacere, ed è un piacere vedere che dopo tanti anni di lavoro, posso fare a meno del metro e del calibro. Il tempo di un sorriso compiaciuto e poi porto la gomma nell’abitacolo, mi siedo e tiro la porta. Mi chiudo dal dentro, mi chiudo dal fuori.
Alzo la leva dell’aria, giro la chiave e pigio lo START. Attendo alcuni secondi e quando il motore comincia a singhiozzare abbasso la leva per ridargli ossigeno.
Gesti essenziali, misurati, senza incertezze, come se lo avessi sempre fatto.
Mi coglie un senso di pace che non ricordo di aver mai provato, trovo persino il tempo di prendermi in giro.
“Certo che per un asmatico è proprio un modo del cazzo per morire”. Che faccio torno un attimo in casa a prendere i broncodilatatori? E se comincio a tossire? Vorrei morire addormentandomi e non sputando pezzi di polmone!
Immagino i titoli dei giornali: “Artigiano asmatico si suicida con i gas di scarico, trovato in un lago di sangue”. Merda così no! Che figura da fesso. E  giù a ridere in questa nuvola di fumo. Mi è sempre piaciuto il profumo della benzina e dell’olio sintetico bruciato, mi ricorda quando da ragazzino nell’officina del vecchio questi accendeva le moto dentro l’officina incurante della presenza dei clienti.
Che pace. Adesso. Qui dentro. Comincia a bruciarmi gli occhi, a raschiarmi la gola e mi chiedo se lo sto facendo veramente. Se mi sto ammazzando veramente. Peccato perdere questa pace proprio adesso che l’ho trovata.
Non posso rinunciare al mio progetto, ho scritto anche l’ultima lettera con tanto di scuse e indicazione per il cane. Che dire poi della mia autostima?
Già la sento mia madre “Cominci mille cose e non ne finisci neanche una”.
Questa volta però vorrei finirla con la pace di questo momento.
E se riuscissi a trovare questa pace fuori? Forse non l’ho cercata abbastanza, forse non l’ho cercata nel posto giusto.
Questi ultimi tre quarti d’ora li ho vissuti serenamente, e se ci fosse il modo per allungarli ancora una volta, due volte, tre…
No non è possibile!
E se invece lo fosse?
Ho trovato la chiave, la seconda oggi, oppure la stessa che chiude e apre?
Spengo il motore. Proviamoci.

Un cane andalusiano di Luis Bunuel, Salvador Dali

Pubblicato: 17 agosto 2008 da massitutor in stra-cult
Prodotto in Francia nel 1929 sceneggiato con S. Dalí e diretto da L. Buñuel, (con il denaro della madre). Un film in b/w da vedere tutto di un fiato anche perché la durata è solo di 16 minuti. Non c’è una “trama”, ma soltanto insinuazioni, associazioni mentali, allusioni; non c’è una logica, tranne quella dell’incubo; non c’è una realtà, tranne quella dell’inconscio, del sogno e del desiderio…

"Si può vivere una situazione irreale come se fosse vera se ci abbandoniamo alla tentazione che questa allucinazione abbia luogo. La famiglia è una sicurezza e la casa e i vicini, però tante volte sempre nell’ambito della famiglia può succedere che si scatenano incontrollabili delle immagini che sembrano delle allucinazioni, si scatena il sogno, l’irrealtà. La famiglia è il posto della tranquillità. In un posto così tranquillo si può diventare irrazionali, si può esplodere. In una situazione di panico sei costretto a ricorrere alla razionalità e alla ragione per vincere la paura mentre in una situazione tranquilla ti capita di accendere tutte le luci perché ti sei creato nella mente una situazione irreale che non serve chiamar la ragione in soccorso. Il surreale è una chiave che noi possiamo usare, aprire e chiudere molto tranquillamente. La luna, la notte, il sole della canicola dirada la gente silenzi e rumori che ci recano sicurezza ma che creano degli spazi o possono allungare le ombre. Non c’è bisogno di appartenere totalmente alla immagine che vediamo, possiamo ridere o sudare ma anche non provare nulla soltanto stare a vedere quello che ci siamo inventati. Diverso è andare a vedere quello che vedono gli altri ci si può trovare costretti a guardare. Ciò significa che il nostro immaginario non ci può colpire. Forse possono dare sensi di colpa, se questi sfiorano ambiti che noi riconosciamo proibiti. Sicuramente gli altri hanno qualcosa che ci può colpire. La morte simbolica rappresentata con il teschio disegnato sul dorso della farfalla, trovo che sia una fantasia reale un brivido freddo, un attimo di panico, ansia vera per i nostri cari, tutti sappiamo con quanta frequenza radio e stampa danno l’annuncio della morte, fatalità che ci lascia muti e ordinati come le file delle formiche che non si scompongono; sembra però che l’amore porti un può più in la verso il mare…"
Le impressioni suscitate qui sopra sono di Graziella M. (…la mia dolce metà)

Ajeje Brasorv…uno di noi

Pubblicato: 30 aprile 2008 da massitutor in stra-cult

Una città fatta solo di parole

Pubblicato: 17 aprile 2008 da massitutor in stra-cult, tele asfalto

"…qui si vive tra la mediocrità del presente, la memoria del passato, l’incertezza del futuro."
"Comune di Bologna – Vietato: sognare, desiderare, non consumare"

Due passaggi di questo bellissimo video di Federico Ajello, visto alcune settimane fa sullo Spettro, che racconta una città magicamente e drammaticamente fatta di parole. Viviamo anche e molto di parole: il linguaggio è la casa del nostro pensiero, il veicolo dei nostri sentimenti e il racconto è la terra della memoria.
E’ raro trovare un esempio di tecnologia applicata alle emozioni: queste immagini raccontano, fra le altre cose, di una tecnologia calda. Buona visione.

leggi le leggende metropolitaneLe leggende urbane hanno sempre accompagnato la nostra vita fin da ragazzi.

Vengono sempre associate alle nostre più recondite fobie, tipo che se la tua fobia è quella di essere picchiato mentre caghi ecco che salta fuori il coccodrillo albino dalla tazza del cesso. Se sei particolarmente ipocondriaco ecco che dopo una notte di sesso selvaggio con una tipa appena conosciuta ti ritrovi alla mattina dopo scritto col rossetto sullo specchio del cesso “benvenuto nel mondo dell’aids”. Se sei particolarmente attaccato alle tue cose e hai paura di perderle ecco che ti risvegli senza un rene in una vasca da bagno piena di ghiaccio. Cose così, insomma.
In genere non sono comprovate da nulla ma nel contempo non c’è nemmeno nessuno in grado di smentirne oggettivamente l’inattendibilità.

Nell’ambiente di strada, si sa, amano tutti piangersi addosso.
E’ sempre colpa di qualcun altro se ci si è ridotti così, in genere in quest’ambiente la dietrologia è la filosofia più diffusa. I complotti, insomma, sono il pane dell’esistenza stessa.
Nulla di più vero.
Infatti, me la vedo la scena, tutti i potenti del mondo riuniti attorno ad un tavolo a congiurare contro la vita dello sfigato di turno con fogli di via a pioggia, a volte x-files esiste. Qui le leggende urbane fioriscono come i le margherite a primavera.

Facciamo qualche esempio.
L’altro giorno un tizio qui al Centro diurno se ne esordisce con una frase che dà da pensare. “Se non ci fossero i tossici, tu (cioè io) rimarresti senza lavoro”.
Ci ho riflettuto un po’ su e poi sono arrivato alla conclusione che, hey, è vero!
E infatti è per questo che esiste il metadone. Per far rimanere tutti tossici. In realtà smettere di farsi sarebbe abbastanza facile, basterebbe pregare un po’ di più la madonna e bere un bicchiere d’acqua ragia. Ma No. Poi come cazzo faremmo noi operatori?
E’ tutto un complotto orchestrato fra noi, i servizi sociali, viale vicini, i sert e l’unità mobile.

La convinzione più diffusa è che all’antoniano mettano dei sedativi nel mangiare.
E’ perché ancora non hanno visto quanto rivotril metto io nel bidone del caffè del centro diurno. Circa una boccia. All’antoniano sono dei fottuti dilettanti, al limite ci mettono un po’ di tavor.
E del resto perché mai dovremmo subirci risse e manicomi vari ogni cinque minuti?
Quando sentite di uno che muore in un dormitorio o in un gruppo appartamento vi diranno sempre che è stato trovato solo quattro giorni dopo in stato di decomposizione, perché agli operatori non gliene sbatte un cazzo.
Sbagliato. Non tanto per l’analisi sugli operatori che in linea di massima può anche essere azzeccata ma perché in generale lo scopriamo dieci giorni dopo, no quattro.

leggenda3 Spesso ci viene contestato che rubiamo i pasti per portarceli a casa e mangiarli noi.
Non so se sia vero, però l’altra sera dovevo invitare a cena una tipa e per fare bella figura e non sbattermi troppo ho pensato che sarebbe stata un’ottima idea riscaldare lo spezzatino della enichem che ho preso in prestito da qui. Poi ho scoperto che era vegan, così ho riscaldato i broccoli ogm, ma questa è un’altra storia.
Altra convinzione diffusissima è che gli operatori siano tutti stati in galera o in comunità o al ricovero almeno una volta nella vita.
Io no, l’ho sempre fatta franca, ho spacciato lsd ai bambini per tre anni in uno dei punti più centrali della città e non mi hanno nemmeno mai fermato per un controllo.

Rileggendo tutta sta menata mi sono accorto di come io sia forse l’unico essere umano nel raggio di svariati chilometri a poter tranquillamente confermare la veridicità di alcune fra le leggende urbane più diffuse nell’ambiente di strada.
Chissà che tornando a casa non mi imbatta pure in una scia chimica.
Mh, ci penserò dopo, per l’intanto vado giù a fumarmi una canna coi filetti di banana.