Archivio per la categoria ‘alkoliker – il diario’

Il mazzo di chiavi

Pubblicato: 7 febbraio 2009 da massitutor in alkoliker - il diario, amicizia, la vita è un cantiere, morte, stra-cult

Prosegue il racconto a puntate del nostro amico lontano Stefano "Bici" Bruccoleri. Il viaggio a tappe nelle terre di mezzo, dei margini qui fa un salto indietro: un flashback nel tempo e nello spazio in una zona indefinita che possiamo solo immaginare. Dalle lotte di incomprensione con servizi sociali e sanitari, educatori e ogni altro genere di agenzia di controllo-recupero approdiamo qui al confine ultimo conosciuto: l’opzione definitiva fra l’esserci e il non esserci; il corpo come prigione di dolore dal quale sembra possibile evadere.
Un testo questo che avevamo già presentato in forma di video, con la collaborazione di Massimo Macchiavelli, ma che riporto ora volentieri nella sua primaria veste letteraria perché ne vale veramente la pena: ancor più di altri passaggi del Diario Alkoliker questo testo presenta parole levigate a mano ed incastonate da un esperto artigiano in un meccanismo unico di emozione, verità e testimonianza.

alkoliker

Agosto è il mese dei suicidi.
E’ alta stagione per la psichiatria, trovare un posto letto in repartino è quasi impossibile, ma se sei abbastanza fortunato puoi ancora trovare posto nella  provincia. Dipende da chi c’è di guardia in pronto soccorso.
Villa Cristina alla periferia di Torino?
“No lì non ci voglio tornare” Ci avevo trovato Michela del gruppo di alcolisti, non mi riconobbe, sembrava che le avessero gonfiato la faccia come un canotto, la pelle del viso liscia e molla come le dita cotte quando si lavano i piatti con l’acqua calda. Gli occhi vuoti che guardavano al vuoto: l’opera devastatrice degli psicofarmaci e di una vita che ti insegue, perché senza quel corpo non ci sarebbe vita. Quella vita.
Ho trovato la chiave! Bello, ma perché non ci avevo pensato prima. Mi sale la pace e mi si sciolgono i sassi  nello stomaco, covo di pugni annodati e dimora di tutte le angosce.
Quando stai così di merda non servono neppure gli psicofarmaci e non servirebbe neppure riavere il mio amore.
Ma adesso tutto questo non conta, ho trovato la chiave, la pace.
Mi dispiace solo per Zora. Di lei credo e ne son certo se ne occuperanno Maria Grazia e Sergio.
La gomma che il vicino usa per innaffiare il giardino dovrebbe essere della stessa misura della marmitta dell’APE 50. L’ho smontata e rimontata il mese scorso e la gomma la vedo tutti i giorni. Se dovesse essere troppo stretta posso scaldarla sul fornello ed allargarla mentre se fosse troppo larga in laboratorio dovrei avere sicuramente una fascietta  nella Scatola Magica.
Ci sono voluti dodici anni per averla così fornita. E’ una vecchia scatola di biscotti in lamierino leggero in stile tarda Liberty con i caratteri delle lettere giallo oro tipiche degli anni 40/50. Un artigiano non può fare a meno di una Scatola Magica. Quando al sabato ripulivo il laboratorio riponevo tutte le viti e chiodi che trovavo in terra o sul fondo dei cassetti e dato riporle tutte negli appositi separatori sarebbe stato un delirio li riponevo nella scatola dei biscotti. Dopo dodici anni potevo trovarci tutto di tutto, e di tutte le misure: chiodi, viti, rondelle, dadi, bulloni e fascette. Ah è vero, mi stavo perdendo!
Prendo il coltello e vado a tagliare un pezzo di tubo, dalla marmitta all’abitacolo ce ne vorranno due metri e mezzo. La cilindrata dell’Ape è 50 centimetricubici ed in proporzione lo scarico dovrebbe avere un diametro non superiore al centimetro e mezzo. Nessuna fascetta metallica entra che è un piacere, ed è un piacere vedere che dopo tanti anni di lavoro, posso fare a meno del metro e del calibro. Il tempo di un sorriso compiaciuto e poi porto la gomma nell’abitacolo, mi siedo e tiro la porta. Mi chiudo dal dentro, mi chiudo dal fuori.
Alzo la leva dell’aria, giro la chiave e pigio lo START. Attendo alcuni secondi e quando il motore comincia a singhiozzare abbasso la leva per ridargli ossigeno.
Gesti essenziali, misurati, senza incertezze, come se lo avessi sempre fatto.
Mi coglie un senso di pace che non ricordo di aver mai provato, trovo persino il tempo di prendermi in giro.
“Certo che per un asmatico è proprio un modo del cazzo per morire”. Che faccio torno un attimo in casa a prendere i broncodilatatori? E se comincio a tossire? Vorrei morire addormentandomi e non sputando pezzi di polmone!
Immagino i titoli dei giornali: “Artigiano asmatico si suicida con i gas di scarico, trovato in un lago di sangue”. Merda così no! Che figura da fesso. E  giù a ridere in questa nuvola di fumo. Mi è sempre piaciuto il profumo della benzina e dell’olio sintetico bruciato, mi ricorda quando da ragazzino nell’officina del vecchio questi accendeva le moto dentro l’officina incurante della presenza dei clienti.
Che pace. Adesso. Qui dentro. Comincia a bruciarmi gli occhi, a raschiarmi la gola e mi chiedo se lo sto facendo veramente. Se mi sto ammazzando veramente. Peccato perdere questa pace proprio adesso che l’ho trovata.
Non posso rinunciare al mio progetto, ho scritto anche l’ultima lettera con tanto di scuse e indicazione per il cane. Che dire poi della mia autostima?
Già la sento mia madre “Cominci mille cose e non ne finisci neanche una”.
Questa volta però vorrei finirla con la pace di questo momento.
E se riuscissi a trovare questa pace fuori? Forse non l’ho cercata abbastanza, forse non l’ho cercata nel posto giusto.
Questi ultimi tre quarti d’ora li ho vissuti serenamente, e se ci fosse il modo per allungarli ancora una volta, due volte, tre…
No non è possibile!
E se invece lo fosse?
Ho trovato la chiave, la seconda oggi, oppure la stessa che chiude e apre?
Spengo il motore. Proviamoci.

il Diario

Pubblicato: 18 gennaio 2009 da massitutor in alkoliker - il diario, amicizia, assistenze e bisogni, libertà, morte, salute, viaggio

Prosegue il racconto di una vita che scivola verso la strada: è Alkoliker, il diario in forma di romanzo del nostro amico Stefano "Bici" Bruccoleri.
Nel post precedente lo avevamo lasciato alle prese con uno sfratto esecutivo dopo aver scoperto la solitudine, l’abbandono, la malattia. Queste le sue parole: "Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e  padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita."
Avvertenze: contiene un dosaggio elevato di vita allo stato puro, aprire con cura. Massitutor

alkoliker

venerdì, 24 settembre 2004
Caro diario, i miei Cd 4 si sono alzati e la carica virale si è abbassata, questo lo definirei un sollievo.
Al medico infettivologo ho fatto l’unica domanda che avrei dovuto tenere per me, e cioè quale prospettiva e qualità della vita mi attendono. La risposta è arrivata come una spietata condanna “Una decina di anni, sig. Bruccoleri, e non tanto per l’HIV ma quanto per la combinazione con l’epatite C di cui noi medici non sappiamo ancora molto. Negli ultimi anni le terapie farmacologiche per l’HIV invece sono divenute di facile assunzione e con una percentuale di sopravvivenza non immaginabili solo fino a dieci anni fa, siamo lontani dalla guarigione e dal vaccino, ma la qualità della vita dei malati sieropositivi è nettamente migliorata. Diciamo che conducono una vita normale, con la sola differenza che devono assumere la terapia farmacologica per tutta la vita e fare controlli regolari cercando ovviamente di non strapazzare l’organismo con sostanze stupefacenti e soprattutto alcol”
Cazzo dieci anni possono essere tanti, o un alito di tempo.
Dieci anni! Dieci anni! No sto sognando! Non può essere capitato proprio a me. No, no no. Adesso mi sveglio, strizzo gli occhi come facevo da bambino per risvegliarmi dai brutti sogni e mi ritrovo nel letto, magari spaventato a morte e sano. Andrebbe bene anche risvegliarmi in un letto d’ospedale uscito dal coma dopo un incidente stradale.
Nulla. Sono già sveglio.
Merda.
Traccio una linea come quando si fanno i conti della serva, foglio di carta e penna in mano, gli spiccioli sulla tavola per capire quello che posso ancora fare. In attivo metto il fatto di non dover cominciare la terapia. Il passivo già lo conosco.
Birra Birra, adesso ci vuole una Birra.
Birra fino a raggiungere l’assenza della coscienza.
Viaggio nell’incredulità, la percezione di quello che mi sta accadendo mi allontana dalla realtà conosciuta fino ad oggi. E’ la follia della percezione, il concetto della morte, della fine ultima e inappellabile non si era mai presentata con una percezione fisica così netta, limpida assoluta. No non ci posso credere, Cristo Madonna.
Poi, altre volte penso di essere assolutamente sano e quello che mi sta accadendo sia frutto del declino delle mie facoltà, della scarsa o assoluta capacità di leggere la realtà, dunque malato in questa condizione irreale e immune dall’AIDS ma folle nel mondo reale. Non so cosa sia peggio. 
Sono momenti in cui cerco di ancorarmi almeno a una delle due realtà, quantomeno per semplificare. Esplodo, birra birra, eroina birra, merda, birra e assenza.

11 novembre 2004
Questa mattina è arrivata la lettera dell’Inps per liquidare la mia pensione di invalidità, mi spettano un anno di arretrati, un sacco di soldi, circa mille Euro secondo i miei calcoli, questo vuol dire che posso andarmene da questa città. Potrei riparare l’Ape e  riprendere il vecchio progetto di fare il giro d’ Europa, oppure rimettere in strada la bicicletta e spostarmi con quella.
A diciotto anni sognavo di fare il giro d’Italia in bicicletta, un giro invernale. L’onnipotenza dei diciotto anni e il desiderio già marcato di distinguermi da chiunque altro. Anche quelli dove sono finiti?
Partire in bicicletta vorrebbe dire attrezzare la bicicletta in modo da avere una buona autonomia, dovrò rifarmi all’esperienza Scout: montare una tenda, comperare un fornellino da campeggio ed organizzare una cucina ridotta, non potrò permettermi di andare al Bar o in pizzeria tutte le sere. Dovrei avere a disposizione sette Euro al giorno che se ben amministrati dovrebbero essere più che sufficienti. Sono abituato ad ottimizzare il nulla, da questo punto di vista non dovrebbero esserci problemi. Vino in cartone e anche i vizzi sono garantiti. La mia tenuta con l’alcol è veramente vergognosa, solo l’anno scorso riuscivo ancora a fare sessanta chilometri e poi spararmi sei otto birre e qualche bicchiere di vino e poi il giorno dopo ripartire, ovviamente mi porto dietro un pancione da bevitore appassionato e la pedalata certo non è quella di dieci anni fa, ma per essere una spugna con sindrome depressiva direi che faccio ancora la mia sporca figura.
La bicicletta mi obbligherà a darmi un limite, non posso certo mettermi a bere alle due del pomeriggio con davanti trenta o quaranta chilometri.
Sarà bello bere la sera, i muscoli indolenziti da una giusta dose di acido lattico si combinano perfettamente con una moderata dose di alcol creano uno sballo superiore a tutti quelli conosciuti sino ad oggi.
Ma qui si tratterebbe di pedalare tutti i giorni e come se non bastasse si avvicina l’inverno e non saprei come affrontare questa sorta di viaggio, anche se la sfida la trovo entusiasmante.
Ho una gran voglia di mandare tutti a fare in culo, assistenti sociali, psicologa e gli educatori del centro diurno: la loro arte terapia da circolo parrocchiale con annessi complimenti per ogni porcata si faccia con i colori, le interpretazioni sull’uso del colore speso, degli spazi lasciati vuoti, ma la cosa più triste sono io che alimento questo giochetto dell’utente talentuoso che dipinge cadaveri e muri, consapevole di nutrire il loro narcisismo  di educatori affamati di successi, mi sento una puttana.
Alcolista psichiatrico lo accetto perchè mi appartiene fino in fondo, ma puttana impotente non riesco ad accettarlo. Cazzo pensavo di valere un po di più, non mi vedo a scodinzolare davanti all’assistente sociale oltre quello che ho già fatto. Sono qui a fare l’utente modello, talentuoso dal pensiero raffinato, adeguato, oltremodo consapevole e pronto a disciplinarsi per un trionfale reinserimento nel mondo della normalità. Mi sto condannando da solo e con dentro la sensazione di poter ancora fare molto per la mia vita.
Ma dove sono finiti i miei sogni, la mia voglia di giustizia e di contribuire alla costruzione di un mondo meno peggiore di come l’ho trovato? La passione per la  chitarra, lo sport e tanto altro ancora.
C’è poi quell’antico progetto che misi in cantiere quando avevo sedici anni in cui mi ripromisi di arrivare a quarant’anni sollevato dalle mie angosce per diventare un bell’uomo con al seguito una piccola truppa di donne innamorate? Ci ho creduto in quel progetto, ero convinto che sarebbe stato possibile liberarmi della  bruttezza della mia vita, ero fiducioso che sarebbe dovuto passare del tempo ed ora alla soglia dei quaranta non ho intenzione di fare l’animale addomesticato dei servizi sociali. Guardo questi professionisti del benessere altrui e spesso nelle loro facce non trovo felicità o soddisfazione per il lavoro che hanno scelto, mi pare che questi facciano persino fatica ad assistere se stessi figuriamoci un un cicloturista bipolare con una storia complessa come la mia. Ed è da questa considerazione che credo di dover ripartire, non è ancora tempo di delegare le mie sorti alle generosissime scollature della psicologa, direi che dopo il terzo litro di sperma versati su quella pelle dotta e levigata siano sufficienti e che tocchi a me almeno il tentativo.  Per quanto affaticato e spaventato non riesco a mollare adesso e se mai dovessi non farcela allora farò altro, in un mondo nuovo.
Era l’estate del 1997 e di quel mondo nuovo che avevo cercato conservo queste immagini a cui ho voluto dare un titolo. Una piccola strategia per consentirmi il giusto distacca da quella giornata.

Come promesso, Asfalto non chiude per le feste, anzi: ho il piacere di pubblicare un racconto che è qualcosa di più di un regalo: è il lavoro che l’amico Stefano "Bici" Bruccoleri sta sviluppando sul materiale che aveva pubblicato, in varie forme, sul web alcuni anni fa. Propongo un percorso a puntate attraverso questo testo che sta trovando la sua forma definitiva e che non smette mai di toccarmi nel profondo. Anche perché i semi di Asfalto, in qualche modo, sono racchiusi in queste righe.
Sempre di più penso allo Stefano scrittore come ad uno scultore della parola: uno di quegli scultori artigiani che lavorano il legno e tolgono materiale fino a svelare una figura che esisteva già nel pezzo di legno, difendendo con fatica una struttura che minaccia periodicamente il collasso. Massitutor

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Un anno prima che cominciasse la mia carriera di Senza fissa dimora

chi sonoQuella che vi propongo è la trascrizione del del Blog Alkoliker. Forse il primo blog italiano di un senza dimora. La trascrizione mi ha imposto un lavoro di ampliamento e di cucitura che mi consentisse di creare un filo narrativo di quel diario che nella versione Blog appariva come tante immagini scollegate fra loro. Ad esempio è accaduto che una breve frase diventasse quattro pagine di racconto. Nulla è stato aggiunto o stravolto.
“Gli ultimi quattro anni li ho passati in bicicletta, pedalando per circa venticinque mila chilometri, a tratti felicemente ed a tratti da idiota, sono stato la cosa più simile a me stesso che mi è stato possibile essere e l’ultimo immagine che mi resta è quella di uno Stefano tenero, ironico,maturato,a tratti ingenuo, ma informato”.

20 settembre 2003   
Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.
Parentesi.
Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Positivo all’HIV
Ho pianto.

A poche ore di distanza dalla  notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato. Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.

Come è possibile, a questo punto, essere sintetici?

Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.

Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando  le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.

L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare e i risultati da positivi essere negativi, e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare verrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.

L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere  necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità. Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?

Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e  padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, e ogni tentativo per essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta, e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.

Giovedì 23 settembre 2004
Il primo pensiero è per i ragazzi del circolo letterario del Punto D_Verso di Alessandria, Torino, Piemonte, Italia, Europa,  terra e tanta tanta acqua, e che sono stati il mio aggancio con il mondo della normalità.
Temo di essere risucchiato dal lato peggiore della strada, le persone che vedo abitualmente sono quelle legate ai  servizi sociali: tossici, alcolisti, psichiatrici. Tracce di normalità è possibile trovarle alla mensa della Caritas dove arrivano un gran numero di stranieri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.
Dei ragazzi del circolo letterario non ricordo bene i nomi, ho immagini come piccoli quadretti di luce e colore. Il tipo con il pizzetto ed occhialini di metallo, simpatico ed intelligente, una delle poche persone di cui riconosco il talento senza provare disagio. La Erre moscia alla francese dell’imperiale fanciulla ossessionata o affascinata dal Pacco stellare del suo ultimo racconto. Quella di ventiquattro anni che viene da Torino e si ostina ad alzarsi il numero degli anni per adeguarli all’immagine che ha di se.
Giovani nella loro incompiuta giovinezza che con piccoli spilli tengo appesi al cuore.
A grande richiesta pubblico una delle prime letture, la mitica Balena scorreggiona.
Una sagoma gigantesca mi viene incontro.
Traballante, maleodorante, scorreggiona.
Deve esserci il residuo di una donna sotto quei capelli di polvere impastati col caramello.
Mi mette in mano una supposta “Mettimela ragazzo non ce la faccio più, usa il dito e spingi”  Come Pinocchio nella balena temo di essere risucchiato da quel culo mammifero e con forza mi libero dall’ano che spurga diarrea.” Grazie ragazzo non ce la facevo più” Ed io “Scusi signora ma lei non ha paura di farsi mettere le supposte dal primo che passa”?
“Dì ragazzo  non era mica un missile”.
Questo episodio è realmente accaduto durante una degenza presso il Repartino psichiatrico di Alessandria.

20 settembre 2004
Ieri è arrivato il tanto temuto sfratto esecutivo.
Una speculazione edilizia che strappa dalle loro case ricche di ricordi un vecchio innocuo fascista, un tappezziere di stoffe, un insegnante elementare in pensione, ed il sottoscritto, giovane restauratore di fragili speranze.
Sono comunque stato  fortunato dato che ho trovato subito posto presso il dormitorio comunale di Alessandria gestito dalla Caritas; dieci giorni  al mese e poi fiducia, intraprendenza e freddo.
E’ come affrontare un viaggio nel deserto senza bussola ed ho pensato che a questo viaggio voglio dare un nome: “Fiori di strada”.
Nel giro di poche settimane sono  passato dalla condizione di artigiano restauratore a quella di utente dei servizio sociali.
Mi sento in gabbia. Al mattino alle otto esco dal dormitorio, faccio un giro per la città, un salto su internet in Comune e poi a mezzogiorno a fare la fila alla Caritas per il pasto.
Il pomeriggio al centro diurno del Sert fino alle sei di sera l’appuntamento settimanale con l’assistente sociale, quello con la psicologa e quello con il gruppo di alcolisti. C’è poi l’alkover che assumo ogni mattino presso l’ambulatorio e che dovrebbe allentare  il desiderio di assumere alcool. Dovrebbe!
Questa dell’alcool è l’unica cosa che ho voluto da questi Servizi sociali, i problemi con l’alcool me li trascino da troppi anni e alimentano la parte peggiore di me.
Non più tardi di un mese fa mi sono trovato a camminare completamente nudo nel pieno della notte  in preda ad una disperazione dolorosa che in quel momento mi appariva insanabile. In questi ultimi dieci anni ho fatto dentro e fuori dai repartini psichiatrici di Torino, Asti, Alessandria, spesso ritrovando la stessa gente con gli stessi problemi.
A Torino capitava che l’ambulanza mi raccogliesse in terra completamente sbronzo o  seminudo e da questa cosa vorrei poter uscire, anche perché sento che il peggio della mia fatica di viver si stia lentamente esaurendo per lasciare spazio a qualcosa di nuovo di cui non riesco ancora a vedere i contorni e questo mi lascia ben sperare. Quel che è certo è che non ho intenzione di passare qui ad Alessandria degli anni in attesa che qualcuno di decida a darmi una casa. Ne ho parlato alla psicologa, le dicevo di non trovare un senso nei nostri incontri settimanali e che la soluzione sarebbe stata quella  di poter avere un luogo per ricostruirmi a livello personale e lavorativo. La percezione per me è chiara e cioè che se non trovo io una soluzione rischio di restare al gancio dei servizi per anni senza mai scoprire se avrei potuto farcela da solo.
Qui rischio di affondare nella mia merda, ho preso trecento euro di eroina e non so nemmeno bene perché, dato che l’eroina non mi è mai piaciuta. A  tutto questo si aggiunge questo non senso assoluto frutto forse della noia o di un desiderio di annullamento che mi cova dentro. Certo è che se me la faccio tutta  allora sarà difficile gestire anche la dipendenza e la carenza. Potrei spararmela tutta in un colpo solo e andare a trovare Enrico che a una buona dose di eroina aveva aggiunto i gas di scarico della sua R4 bianca.
Quando si dice “Per esser certi di non sbagliare”
Ma al di la della mia predisposizione per il dramma credo di non avere ancora voglia  di crepare e al tempo stesso non so che fare.
Nel frattempo mi tocca condividere il buio di questa stanza con quattro letti, quattro cuori, quattro storie differenti e differenti destini. Non so cosa aspettarmi, ma il viaggio è cominciato da tempo e almeno per questa notte il viaggio è cortesemente offerto dalla Caritas.
Da circa due settimane mi sono messo in lista per l’emergenza abitativa, uno strumento che dovrebbe a breve garantirmi una casa popolare o una collocazione più agevole rispetto al dormitorio.
Questa mattina sono tornato in comune per la seconda volta per chiedere conto della mia situazione convinto che l’emergenza abitativa si sarebbe mossa proprio sul carattere di emergenza della mia condizione. L’addetta alle pratiche mi accoglie con gentilezza e con la stessa gentilezza mi dice che loro hanno delle priorità: ragazze madri in primo luogo, poi nuclei famigliari con bambini.
Insomma non sono abbastanza ragazza madre per accedere al servizio, pare non siano sufficienti la mia invalidità dell’ottantacinque per cento, con la prospettiva di cominciare a breve una terapia farmacologica per l’HIV. A questo punto non mi resta altro che tornare in dormitorio alla mensa della Caritas e il centro diurno del Sert.

Continua…