La catena delle conseguenze

Pubblicato: 31 gennaio 2014 da massitutor in amicizia, amore, assistenze e bisogni, droga, famiglia, laboratorio, morte

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E così il 17 gennaio scorso lo abbiamo seppellito nel suo piccolo paese di montagna Francesco, a Santa Sofia, provincia di Forlì. Quando aveva appena 26 anni. La chiesa era piena di gente e molti giovani piangevano e cantavano per quel ragazzo conosciuto alle elementari o le scuole medie, all’oratorio ai giardinetti, posti così. Poi se ne andò a Bologna che aveva appena diciotto anni; a cambiare vita, si diceva, a fare il “barbone”, il “punkabestia”, il vagabondo. Qualcuno sapeva qualcosa ma erano frammenti di discorsi che era meglio lasciar perdere.
E’ qui a Bologna che conosciamo Francesco, nel 2008, al Centro diurno di via del Porto, si fa notare subito per la sua esuberanza, il suo muoversi a scatti veloci, con passo da montanaro, il look raffazzonato da punk e soprattutto per la sua giovanissima età. Lo chiamano il “bambino”, il “Cinno” o cose così, poi impareremo a chiamarlo con il nome che si era scelto: lui Beo88 ed il suo cane Skrugno.
Dopo pochi mesi si fa coinvolgere, con una piccola borsa lavoro del progetto Prova & Riprova, nel laboratorio informatico. Con la sua presenza scenica, la sua sincerità e le sue parole a raffica animerà il blog Asfalto con molti video, che sono tra i più cliccati. La sua intervista è il video più visualizzato di tutti: più di dodicimila contatti e una valanga di commenti. E’ un concentrato di fragilità, consapevolezza, verità e voglia di vivere. In quei dieci minuti c’è tutto quello che bisogna sapere per capire quali possono essere i bisogni e le difficoltà di quel ragazzo. Non servono altri colloqui, valutazioni, schede: una volta innescato il meccanismo della fiducia Francesco ci dice già tutto quello che c’è da sapere su di lui e su quelli come lui. Ben poco viene lasciato alle parole a videocamera spenta, comunque la storia è questa: la catena delle conseguenze parte da un padre assente e perduto, morto prematuramente schiacciato dalle sue dipendenze, un rapporto conflittuale con una madre chiamata ad un compito forse troppo difficile. E’ appena il tempo delle prime sigarette e delle prime seghe, che è già ora per Beo di conoscere la Comunità prima e una famiglia affidataria poi. E’ già da un po’ quindi che Beo cerca di trovare il suo posto fra l’istinto di ribellione e le regole. Un braccio di ferro che lo porterà a lasciare tutto e partire, dentro ai suoi anfibi colorati, per Bologna. La grande città. E non è come pensano molti sociologi o tecnici dei Servizi sociali, basta parlarci un attimo con le persone per capire qualcosa: Beo non è che arriva a Bologna perché ci sono i dormitori, i Servizi, i Ser T, i centri diurni o il drop-in. Proprio no: a Beo quella roba lì interessa ben poco. Bologna attira Beo perché qui è facile trovare la “Roba” e se vai in giro con la cresta e una birra in mano nessuno ci fa caso più di tanto; perché si può svoltare con un po’ di colletta, perché si può vendere il Fumo ad una città di studenti con il portafoglio pieno, in Piazza Verdi come altrove. A Bologna ci sono altri come lui e si gira insieme, ci si sbatte e si ricomincia. Qui ci sono interi palazzi vuoti che sembrano messi lì apposta per essere occupati e si vive così. E poi ci sono le ragazze! Che belle ragazze a Bologna! E vengono qui a Bologna con bisogni e curiosità non molto diverse da quelle del giovane Francesco.
Beo conduce una vita a rischio, questo non fanno che spiegarglielo gli operatori dei servizi a “bassa soglia” che frequenta, lui lo sa ma riesce a gestire la cosa. Al futuro per ora non ci pensa, però lo vede: nelle sue parole e nei suoi occhi si intuisce che questa è una parentesi della sua vita. Una vacanza che vuole prendersi e su questo comincia a costruire il suo castello di promesse, alibi, progetti. Come tutti.
Ad un certo punto a Bologna si cominciano a chiudere o ridimensionare tutti i Servizi a bassa soglia, inizia il welfare da campanile basato sulla residenza. Ognuno a casa sua quindi. Non importa che cosa ti abbia fatto scegliere Bologna come posto dove determinare la propria identità, il proprio stile e le proprie possibilità; non importa che Bologna ti abbia chiamato qui con le sue luci, i suoi portici e le sue opportunità. I Tavoli tecnici, con le loro tabelle e i monitoraggi, hanno deciso che ogni Comune d’Italia ha i suoi “figli” e lì devono tornare, perché qui non ce n’è più per nessuno. Da qualche parte, in un ufficio, in un qualche file, al nome di Beo c’è una casella “obiettivi” dentro c’è scritto “Rientro a casa”. In quella casa fragile e conflittuale, in quel bel posto in montagna dove magari sarà anche bello andarci a mangiare le tagliatelle la domenica, ma viverci è un’altra cosa. E il Nostro eroe sì che si è fatto convincere a tornare a Santa Sofia, dopo che tutte le porte si erano chiuse a qualsiasi prospettiva ha portato il suo caro amico a quattro zampe, Skrugno, a scorrazzare sulle montagne e nei verdi prati, dopo che era cresciuto fra i rifugi da “squat”, le passeggiate in via Zamboni e la compagnia dei cani del gruppo, sempre a giocare e a leccarsi dappertutto. Poteva essere anche una buona idea, ma con quale progetto? Cosa lo aspettava a Santa Sofia? Qual era la sua quotidianità? Quali prospettive c’erano per un tardo-punk, con qualche piccolo problema con la legge e le sostanze, nella provincia di Forlì? Qualcuno dei Servizi alla persona del Comune di Bologna è mai andato a vedere sù in montagna come si sta? Come sta Francesco? A controllare se magari non si era chiesto un po’ troppo a questa famiglia già in difficoltà? Niente di tutto questo: era importante non avere più in carico Francesco e questo la città di Bologna lo ha fatto bene. Tanto che nel frattempo il Comune ha pensato di scoraggiare anche gli altri amici di Beo a venire a Bologna: chiudendo prima il Drop-in e poi i Laboratori del Centro Diurno di via del Porto. Francesco all’epoca aveva circa 21 anni. Nessuna prospettiva a Bologna per Lui in questa logica feudale nella quale il territorio è usato come filtro di accesso alle risorse.
Sì, qualcuno si è attivato anche lassù per aiutare Beo: forse il suo SerT, (a un’ora e mezza di corriera da casa sua), forse la piccola cooperativa sociale che lo impiegava in borsa lavoro. Sicuramente lo hanno fatto le persone che lo amavano, come potevano, con passione e speranza. Ma non c’è posto abbastanza lontano dove scappare quando la Signora ti cerca e non si sono certo fatti fermare dalla distanza da Bologna i “buoni amici” che non gli facevano mancare la roba per organizzare i suoi occasionali momenti di solitudine e perdizione. Come questa volta qui che ce lo ha portato via: quando l’ingranaggio si è inceppato e Francesco era lì da solo in casa. Già perché Beo non è morto vagabondando per Bologna, ma fra quattro mura e chiuso a chiave, magari fra una birra e un gioco alla Playstation.
Quindi se Santa Sofia era la città madre di Francesco, Bologna sicuramente era la città padre di Beo88 e in quanto tale dovrebbe prendersi qualche responsabilità.
Beo non era un ragazzo facile, ma era un bravo ragazzo e un buon figlio. Voleva vivere e amare, anche se vivere non era una cosa facile per lui, ma stare con lui era più entusiasmante che difficile.

Troppo
Troppo dolore
Troppo dolore
Troppo veloce
Troppo lontano
Nessuno
Nessuno è riuscito a spezzare
la catena delle conseguenze

Questo video conta più di dodicimila visualizzazioni. Venti volte di più della media dei video del canale di Asfalto. E’ il più commentato, lo abbiamo mostrato alle Università e ai convegni. Nonostante questo e tutto l’affetto di chi lo ha amato Francesco, venerdì 17: quando se n’è andato, era da solo. Chiuso dal di dentro ed espulso dal fuori.

Video  —  Pubblicato: 21 gennaio 2014 da massitutor in amicizia, colletta, droga, famiglia, libertà, morte, tele asfalto, tele tranzollo
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Forse Ritornano

Pubblicato: 4 luglio 2013 da massitutor in amicizia, civiltà, libertà, pensieri in libertà

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Poi succedono quelle cose che avevi solo pensato o sognato: il nostro Simone Senna è ormai pronto a ricominciare a scrivere qui su Asfalto. Il blog nel quale ha sempre creduto e al quale ha dato tanto.
Noi siamo senza parole, lui me ha da vendere e anni di arretrati. Dobbiamo ancora stabilire le modalità e i tempi, ma credo che le sorprese non mancheranno. Qui di seguito solo un assaggio di quello che ci aspetta

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I ragazzi del Cantiere 2

Pubblicato: 1 luglio 2013 da massitutor in amicizia, La CAVA, la vita è un cantiere, lavoro

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Ancora in via Cavazzoni per documentare gli sviluppi del cantiere che porterà alla nascita della CA.V.A.
Questa volta c’era anche la principessa del gruppo: Evita.

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Dietro all’ edicola di via Cavazzoni, oltre il portico, c’è una scala che porta appena sotto ad un giardino. Lì questi ragazzi stanno facendo il lavoro più pesante in un cantiere e non lo fanno certo per i soldi. Con le mani e gli strumenti che hanno organizzano il lavoro della giornata, i tempi e gli obiettivi.

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È evidente che si sentono padroni del proprio lavoro ed è questo, insieme alla capacità di aggregazione e all’ energia di Massimo Macchiavelli, che fa compiere a questi ragazzi imprese straordinarie.

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Io alle volte passo di lì e mi cambia la giornata: perché ogni volta trovo di più di quello che cercavo, trovo quello che credevo scomparso o nascosto nel tempo. Parlo con loro e ritrovo Piazza grande, via Libia, il Centro diurno, Asfalto, Coop La Strada… Grazie ragazzi del Cantiere.

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Tutto è cominciato in Via del Porto

Il Blog Asfalto è nato fra le mura alte e decadenti del Centro Diurno di via del Porto, dietro al portone di ferro che da su via don Minzoni. Nei Laboratori Prova & Riprova collocati proprio nel Centro, per dare l’opportunità a qualcuno di tentare una piccola svolta ad una vita incastrata.
Certo che niente è immutabile, però questo modo di riqualificare i Servizi chiudendoli o “zippandoli” tutti al Beltrame ci pare un modo di procedere privo di idee quando non è cinico e devastante. Se la politica di questa Città non crede più in questo genere di assistenza alla persona, se ha un’altra idea di Riduzione del danno, se si ritiene che questa gente non meriti che la ghettizzazione… qualcuno deve allora avere il coraggio di dirlo ed assumersene la responsabilità. Tutto qui.

Link  —  Pubblicato: 19 giugno 2013 da massitutor in assistenze e bisogni, bologna sold-out, civiltà, inchieste, laboratorio, lavoro, politica, stampa, tutto cominciò così

Costruendo LA CAVA
Procedono i lavori in via Cavazzoni

Su iniziativa della Fraternal Compagnia in via Cavazzoni 2/g a Bologna sta nascendo un nuovo laboratorio creativo dove si incontreranno arte, vita, studio, lavoro e poi corsi, serate, eventi, collaborazioni. Si chiamerà La Cava delle Arti e oggi è un cantiere capitanato dall’inarrestabile Massimo Macchiavelli e dove stanno lavorando un gruppo di ragazzi motivati all’impresa e al cambiamento.
Asfalto è uno spazio di comunicazione dal basso e siamo felici di buttarci a capofitto in questa storia, che va sicuramente raccontata e della quale speriamo di fare parte nel modo più attivo possibile, insieme a tutte le persone che vorranno seguirci.
Seguiamo gli sviluppi del cantiere di CAvazzoni Vita e Arte anche alla pagina che Asfalto ha dedicato alla CA.V.A. e su Facebook: sulla pagina della Fraternal Compagnia; sulla nostra pagina o sul gruppo Asfalto. Seguiteci e condividete.
Di questi tempi non capita tutti i giorni di vedere nascere qualcosa di buono.

Uno su mille

Pubblicato: 24 febbraio 2013 da massitutor in amicizia, lavoro, operatori dispari, vagabond geoghaphic, viaggio

Nella primavera del 2011, durante le rivolte della “Primavera araba” del nord Africa, migliaia di profughi hanno raggiunto le coste italiane e cercato rifugio qui in Italia. Qualcuno cerca di avere qui una nuova vita.
Una trentina di loro erano ospitati a Bologna in via del Milliario. Nel febbraio del 2013 questa Struttura è stata chiusa e sono state trovate altre soluzioni abitative per gli ospiti. 
In mezzo a queste due date c’è il lavoro di un’equipe di operatori, tirocinanti, volontari. In mezzo ci sono incomprensioni, risate, perplessità, conflitti, fiducia, diffidenza, paure, fatiche, delusioni e speranze…

L’associazione Universo ha lavorato ad un DOSSIER che racconta un po’ tutta l’esperienza, raccogliendo le voci degli ospiti e degli operatori.

Io ho lavorato lì come operatore sociale e questo è il mio saluto per loro.
Massimiliano

Saluto a Via Libia

Pubblicato: 9 febbraio 2013 da massitutor in amicizia, asfalto fuoriporta, tutto cominciò così, under bridge

entrata-via-libia-69Sotto al ponte di via Libia è passato un intero popolo: la gente che ha dato vita a Piazza Grande, Street Jazz, il Bici Centro, il Mercatino dell’Usato e le prime attività che hanno costituito la Cooperativa Fare Mondi. Ma l’ultimo baluardo di impegno ed attività era La Fraternal Compagnia di Massimo e Tania: sono loro che hanno fatto di più ed hanno creduto di più in quel posto, salvandolo di fatto dal degrado, e sono loro che, giustamente, portano via la bandiera.
L’amico Massimo Macchiavelli ha scritto una cosa di rara intensità e bellezza. C’è tantissimo qua dentro: tutto un mondo di frontiera e un’umanità fatta di enorme benevolenza verso i più deboli. Grazie.
Chissà se tutto ciò potesse mai diventare uno dei suoi spettacoli…

Era un inverno della mia vita, uno di quelli che duranno dieci anni, quando capitai sotto questo ponte abitato da esseri reietti che avevano una forma vagamente umana, dopo aver cercato consolazione alla neve del mio cuore tra le luci del mondo , improvvisamente in questo antro buio ritrovai mè stesso, e allora io e gli esseri oscuri ci rimboccammo le maniche, cercammo tra le pieghe dei miei desideri e trovammo uno stimolo alla vita. Uscimmo da quel portone rosso per portare la buona novella al mondo che per un pò ci ascoltò, ci vezzeggiò, ma poi ci abbandonò. Io ormai avevo ripreso la via della luce e negli anni nonostante i mei compagni di viaggio cadessero falcidiati dal freddo dell’indifferenza io mi accocolai tra le braccia di due angeli e volai, cercai di trascinare anche gli esseri ma caddero ad uno ad uno. Ora guardo quel portone rosso e le immagini scorrono in un viaggio verso la luce e penso che il mio destino è altrove. Addio ghetto nascosto sotto il ponte addio creature della notte che avete creduto nel sogno e mi avete strappato all’incubo. Non dimenticherò, non lo farò, i vostri scheletri grigi mi accompagneranno ogni volta che la luce si farà troppo forte, ogni volta che potrei perdere il cammino.

ImmagineDa circa quindici giorni sono ricoverato in ospedale per tentare una riabilitazione da alcol. Ho deciso che valeva la pena tenere un diario e renderlo pubblico per due ragioni: una per non dimenticare e due perchè resto convinto che ” Le storie non scritte son destinate a non essere lette”. Dunque ho aperto una pagina su Facebook ” Diario Di Un  Alcolista Appassionato ” in cui appuntare riflessioni.

 <- Clicca sulla foto per vedere il diario

L’ ORCO CHE MANGIAVA BIG BABOL ROSA

Reparto R.A.F: riabilitazione alcol farmaci.
Struttura sobria, pulita con amplio parco e acquario con pesci rossi e tartarughe, luogo ideale per gli inciuci che nascono in reparto fra i degenti, al tempo stesso luogo super presidiato dagli infermieri e dai Frati che lavorando qui da anni e che tutto vorrebbero tranne che da un momento all’altro spuntasse qualche uccello o capezzolo sfuggito dal controllo della RAF.
Gli operatori sono tutti estremamente gentili, altro discorso per le donne delle pulizie che lavorano per qualche cooperativa esterna, che si limitano ad ignorare tutti, essere gentili con un lavoro di merda simile pare non glie lo faccia digerire meglio.
Il reparto è una struttura a croce, esattamente come il crocefisso, lungo il corridoio principale ci sono le stanze, la sala degli infermieri, quella del dirigente e dei vari specialisti, tutte femmine da mordere con lo sguardo, altre a cui strapperei volentieri la figa a morsi, ragione per la quale credo abbiano messo nella flebo medicamenti che mi hanno falciato le erezioni e con questo un’elevata parte della mia attività. In questi anni ho smesso di giocare a pallavolo, correre , suonate la chitarra, ridurre il mio impegno nel volontariato e mai avrei rinunciato alla sessoautonomia, vivrò di ricordi per un mese e poi ricomincio con gli allenamenti: toglietemi tutto ma non il mio giocattolo.
Stanza n° 4 letto n° 24 tre ospiti su quattro, si vede che non c’è poi così tanta gente che beve o che chiede aiuto.
L’infermiera mi indica il letto, mi consegna la chiave dell’armadietto con la raccomandazione di non lasciarlo aperto: “Non succede mai nulla, ma sa com’è “? Rassicurante.
I due ospiti son distesi sul letto, uno con le cuffie e l ‘altro anche, sembra che attendano in prete prima dell’esecuzione, l’accoglienza non è certo calorosa, daltronde molti di quelli che si ricoverano non vedono l’ora di uscire, per altri è la prima volta e non sempre lo hanno scelto volontariamente: ce li manda la famiglia o il datore di lavoro, il sert o sono reduci da qualche incidente stradale ed in qualche modo devono dare segni di redenzione. Sono pochi quelli che vengono qui volontariamente chiedendo aiuto al medico di famiglia o a qualche gruppo alcologico.
Il primo è un ragazzo rumeno di trent’anni circa, asciutto, di poche parole, due giorni dopo parlando con la moglie ho saputo che fa il muratore, l’altro invece è un signore di sessant’anni di circa ottantacinque chili, vestito da contadino la domenica, spettinato e poco incline a farsi la doccia, me ha confessato oggi la moglie dopo averlo spedito in bagno a lavarsi. Entrando in stanza sentivo una puzza di marcio ed ho sempre pensato fossi io, mentre scrivo son qui davanti a me con lei che gli elenca i benefici di un detergente piuttosto che l’altro ” Ti ho portato anche il detersivo per i panni” Mi guarda sconsolata ” Vorrà dire che me lo riporto a casa”
Inizialmente mi inquietava un poco poi quasi subito avevo visto una foto in una bella cornice bianca sul comodino, da lontano ovviamente non vedevo nulla e poi quando mi avvicino immaginando di vedervi ritratta la moglie, invece vedo la foto di un cane, un bastardino dal pelo marroncino chiaro accucciato in terra con lo sguardo adorante, verso verso il suo padrone.
Una radiolina tutta colorata di quelle che si regalano ai bambini tipo la radio della fidanzata di Topolino e li mi si stringe il cuore. Mastica tutto il tempo Big Babol rosa.
Comincia a parlare con un filo di commozione, gli chiedo come sta, non mi aspetto grandi discorsi “Fra due giorni vado via, voglio tornare dal mio cane e dalla mia casa” e con le lacrime all’aglio questo mezzo orco arrivato dalla campagna, con agli occhi lucidi dice “I primi quattro giorni qui ho pianto, volevo solo andare via da qui, e poi di sicuro quel povero cane me lo hanno fatto ingrassare, ma adesso che torno lo faccio correre io”
La stanza di un ospedale è come una piccola borgata, tutti si vedono, si parlano si conoscono, una sorta di piccolo mondo nel mondo con la caratteristica che in questa borgata è possibile abitaci solo per ventinove giorni, il tempo minimo necessario per la disintossicazione dall’alcool.
Qui siamo arrivati tutti in tempi differenti, io sono stato l’ultimo ad arrivare e come per tutte le relazioni ci sono voluti alcuni giorni prima di parlarsi, ci si limitava ad un educato saluto e poi ognuno si rintanava nella propria casa letto ad ascoltare la radio o a guardare il soffitto.
Ieri finalmente Orlando ( L’orco venuto dalla campagna ) mi si avvicina mentre cazzeggiavo al computer. Orlando con le mani dietro la schiena, passettino dopo passettino si avvicina al tavolo al mio fianco e mi chiede “Cosa ci vai sempre su quel baracchino li, a che cosa serve”?
Difficile spiegare ad un anziano cosa sia un computer e quali cose si possano fare usando solo le parole.
“ Venga Orlando si avvicini. Di che paese è lei”
“ Mondovì, son sempre stato li, ho fatto le scuole , ho lavorato, mi sono sposato. Tutto a Mondovì”
“ Le piacerebbe vedere la sua casa adesso, il suo paese, la piazza del municipio “?
“ Si ma fini a domani che torno a casa come si fa”
Dentro di me so che gli sto preparando una magia che non avrebbe mai potuto immaginare e apro Google Map, digito Mondovi e appare la cartina, stringo l’immagine e gli dico “La riconosce?”
“ Ma si mi sembra Mondovì, no no è Mondovì. O basta là, esclama in piemontese” E finalmente arriva il primo sorriso di questi giorni
Ma lui non sa che siamo solo all’inizio della magia che gli sto preparando e clicco sulla funzione satellite in cui è possibile vedere il paesaggio fotografato dall’alto.
“Ecco Orlano questa è la foto del tuo paese vista dal satellite, vediamo se riusciamo a trovare la tua casa”
Lui guarda, riguarda, non è abituato a vedere il suo paese dall’alto, ma dopo pochi secondi comincia a riconoscere una grande fabbricato. “ Ecco quella è la fabbrica dove ho lavorato per quindici anni, Un travai d’merda ( Un lavoro di merda )
Ecco io abito li vicino alla fabbrica, quella è la casa di mio cugino che fa il muratore, la casa la costruita tutta lui con l’aiuto della mogli, ci ha messo dieci anni perché in settimana lavorava e il sabato e la domenica era sempre li a farsi la casa.
Questo grosso qui è il lavatoio e quella vicino è la mia casa”
Stavolta sorride di gusto, scuote la testa e dondola goduto.
La magia però non è ancora finita, porto il cursore sull’omino arancione e lo trascino sotto casa sua e un attimo dopo appare la sua casa sul mio monitor, adesso è bello che bollito, si agita un po stupefatto, una cosa così non l’aveva mai vista e io sono felice di essere stato il primo a fargliela vedere. Adesso siamo finalmente amici.
E poi lo strappo quando stamattina lo vedo riempire le borse delle sue cose, è chiaro che lo stanno dimettendo e io vengo a saperlo solo adesso e in questo modo che sento brutale, poco più di un’ora e l’atto finale con gli infermieri che disinfettano comodino, letto e il cambio di lenzuola che cancella ogni traccia del mio amico Orco.

mariagrazia

Pochi giorni fa ho saputo che ci ha lasciato la nostra amica e socia Maria Grazia Ceriani. È successo alcuni giorni prima di Natale. Certo: ce lo aspettavamo da un giorno all’altro  visto il terribile male contro il quale stava combattendo, però di certo non si è mai pronti per una perdita del genere. Non lo è mai nessuno: le persone che le vogliono bene, e anche per noi suoi colleghi di Coop La Strada il colpo è durissimo e la perdita enorme. Scrivo al plurale perché qualcuno mi ha chiesto di scrivere qualcosa per Maria Grazia. Non so perché? Forse perché da Piazza Grande al Blog Asfalto mi sono dovuto occupare di dare spazio e voce alla memoria di tanti amici che ci hanno lasciato. Arrivai alla redazione di Piazza Grande mentre si chiudeva il numero che salutava il vecchio “Spuma”, poi, negli anni, fu la volta di Marione, Massimo, Delvis, Francesco, Fiorella, Andrej, Angelò.. e chissà quanti ne ho dimenticati. Compagni che hanno interrotto la loro risalita sempre improvvisamente, sempre troppo presto. Già, perché è un dato di fatto che chi ha vissuto una vita ai bordi raramente arriva a godere di una lunga vecchiaia. Non c’è forse una ricerca sociologica a riguardo, ma da quello che ho visto ci sarebbe da fare un’azione collettiva verso l’Inps: cioè invece della pensione sarebbe il caso di chiedere una specie di liquidazione per godersi decentemente gli ultimi anni di vita, ben al di sotto dell’età media a cui arrivano gli “altri”.

Mentre scrivo mi chiedo se sono la persona giusta per parlare di Maria Grazia. Abbiamo lavorato insieme e ci siamo trovati dalla stessa parte in discorsi e progetti per promuovere la vita delle persone ai margini che lei conosceva bene, questo sì. Ci volevamo bene e ci stimavamo a vicenda, ma se penso ai frammenti di storia che conosco così poco capisco che Maria Grazia ha vissuto molte vite ed ha attraversato diversi mondi: dal sogno freak anni’60-’70, alle comunità terapeutiche e di vita. Poi Maria Grazia è stata madre, amante, donna libera e curiosa; ha sperimentato ed ha conosciuto i mille volti degli esseri umani; ha vissuto l’ultima parte della sua vita accanto agli ultimi, anche portando sé stessa come esempio di “operatrice pari”, conoscendo per nome ogni persona ed ascoltando le migliaia di storie passate nei dormitori e nelle mense della città dove lavorava. Maria Grazia che è passata attraverso gli abbandoni, i traslochi, i pregiudizi, le sostanze, il denaro a rate, la vita prepotente, le urla e le tenebre, lampi e poi ancora il buio… Maria Grazia: davvero “agnello tra i lupi”.
Poi c’è stato l’impegno civile e politico per i diritti, oltre che degli “ultimi” anche dei “diversi”, fino ad arrivare, pochi mesi fa, al gesto che forse di più la rappresenta: in quanto unisce efficacia e tenerezza e cioè il matrimonio, celebrato in ospedale da Sergio Lo Giudice, con la sua dolcissima compagna. Ancora una volta portando sé stessa, non come esempio da seguire, ma come testimonianza sincera e garbata di donna capace di vivere la vita che più le assomiglia.
Se n’è andata avvolta dalla sua riservatezza, tenendo vicine solo le persone intime e quindi regalando a tutti noi la possibilità di passare un Natale sereno e l’opportunità di non sentirci inadeguati e impotenti davanti all’inevitabile. Già perché io so che Maria Grazia, oltre a fare tante cose, aveva un pensiero per ognuno di noi e per le tante persone che ha conosciuto. Un pensiero che non era mai giudizio. Pur sapendo dividere il bene dal male lei sapeva che sono due cose che vivono insieme e conosceva la fatica che ognuno fa a condurre un’esistenza, qualunque essa sia. Aveva un grande rispetto dei difetti e delle debolezze degli altri e chi ha condiviso anche solo un turno di lavoro con lei sa quanto questo sia vero.
Penso che una delle cose che mi mancherà di più di Maria Grazia sarà la sua voce. Una voce che sapeva essere calda ed elegante, come anche simpatica e a tratti buffa, come la voce di certi personaggi dei cartoni animati. Insomma: una di quelle voci che piacciono un sacco ai bambini. In una parola: una voce “Accogliente”. Come era lei.

La scomparsa di Maria Grazia è una perdita dal valore incalcolabile dunque anche per l’intera comunità, per il Comune di Bologna e per tutto il sistema dei Servizi alla Persona. Perché? Perché in una fase di collasso dei Servizi per i più deboli, dove sostanzialmente il lavoro di noi operatori è quello di fare da “filtro” rispetto a opportunità e risorse che di fatto non ci sono, il lavoro di accoglienza, di vicinanza, di ascolto di un’operatrice come Maria Grazia diventa preziosissimo. Quando sono nate Piazza Grande e Coop La Strada si pensava che dando un’opportunità di riscatto alle persone ai margini si potesse innescare un meccanismo che mettesse insieme fiducia, salute, lavoro e sostegno, andando così oltre al concetto di assistenza. Tutto questo oggi è considerato un costo insostenibile e si è tornati ad un assistenzialismo, ma con meno risorse di una volta. Il lavoro dell’operatore sociale oggi è quello di stare lì a dire “No” e contenere la frustrazione di utenti sempre più dimenticati. Ecco perché, in questo contesto, la parola e lo sguardo accogliente di una come Maria Grazia sono un enorme valore aggiunto ad un costo bassissimo. Anche perché per fare un buon Operatore pari non basta un buon corso e non esiste un corso universitario. “La nostra università è la strada”: diceva sempre Maria Grazia. E’ una formazione fatta di andata e ritorno dai confini della vita; è una storia di sconfitte e di risalite; di emarginazione e di ricostruzione dalle fondamenta della propria vita. Ci vogliono almeno due vite per fare un operatore pari.
Maria Grazia metteva in campo ogni giorno, nel suo lavoro, un patrimonio di formazione, fiducia, “empowerment”, esperienza e capacità di ascolto che era un vero tesoro. Un patrimonio acquisito con sudore e fatica e mai adeguatamente valorizzato. In questi tempi di crisi e di collasso del Terzo settore gli “operatori pari” sono i lavoratori del sociale che riescono a dare tanto spendendo molto poco. Maria Grazia era una delle migliori in questo.
Sgomenti davanti a una perdita così grande non possiamo che fare quello che è nelle nostre forze per non disperdere il patrimonio e l’esperienza che ci hanno regalato i compagni di strada come Maria Grazia. Hanno dato forma al modello di accoglienza costruito dal basso. Un’opportunità che può avere ancora molto da offrire in questo inizio di secolo, che si presenta così avaro di prospettive e risorse.
Grazie Maria Grazia per aver scelto di costruire insieme questa nostra casa.
Non “amen”, ma “Hallelujah”

Massimiliano