Lungo i bordi

Pubblicato: 21 maggio 2008 da massitutor in assistenze e bisogni, operatori dispari

Residenti, non residenti; chi sta dentro e chi sta fuori? Chi decide e su quali requisiti? Attorno e lungo i confini disegnati da un’accoglienza geo-architettonica lavorano, vivono e sopravvivono delle persone.

confine Messico - Stati Uniti

Erano i giorni del Festival Naufragi; lavoravo insieme ad Andrej alla costruzione della mappa cittadina dei servizi e alla pubblicazione online della Guida ai Servizi "Dove andare per…"; passa dal laboratorio Gian Maria Vallese di Nuova Sanità e mi consegna un testo. Chiedo che cos’è, mi dice che è qualcosa sull’accoglienza. Ma cosa devo farne? Quello che vuoi, mi dice. Se non ho incarichi precisi tendo a non prendere decisioni sul materiale altrui, dunque lo leggo, lo rileggo, lo infilo in borsa poi lo metto in un cassetto. Dove è rimasto fino ad ora.
Poi, guardando il video di Caterina Pisto, abbiamo ricominciato a parlare di accoglienza e convivenza in città. Ci rendiamo conto che un convegno non basta, è solo l’inizio. Inoltre è importante che il pensiero vada oltre le stanze delle università e dei palazzi e prosegua proprio nelle strade, sui luoghi di lavoro, magari anche attraverso questo blog.
In quella discussione è emerso il solito vecchio problema delle risorse a disposizione e alle risposte diverse che vengono date ai bisogni delle persone: Mauro ci riporta che: "Strada facendo, il convegno triennale organizzato dal Gruppo Abele ha proposto l’ RMI , reddito minimo di inserimento ,e la carta dei diritti nazionale, una spece di tessera socio sanitaria per i disagiati, che schivi le pastoie burocratiche regionali ( per capirci, chi paga cosa e per chi) la Chiesa non ha questo problema, non distingue tra residenti e non". Per poi far emergere il tema della cronicità: che, in termini medici, si definisce "un equilibrio tra disturbo o elemento patogeno e le reazioni dell’ organismo ospitante. Puo prevedere delle terapie mediche, ma anche no. Il superamento della cronicità verso la guarigione una volta portava ad un uso scellerato delle terapie con frequenti esiti infausti. Oggi l’obbiettivo di cronicità/equilibrio è considerato fondamentale." Cosa viene fuori se esportiamo il concetto di cronicità nella società? Nei comportamenti devianti e compulsivi? Negli stili di vita?
Chi ha idee o domande da tirare fuori è il benvenuto.

Questo è il testo di Gian Maria di cui accennavo sopra:
Perché …. quando parliamo di accoglienza, inevitabilmente si toccano alcuni aspetti, compresi nella dimensione semantica del termine (“ricevere con varia disposizione d’animo, approvare, accettare, contenere, ospitare, raccogliere”); se ci poniamo il problema dell’accogliere, fino al suo significato profondo … dobbiamo considerare un dentro e un fuori, un luogo dal quale o nel quale si trova un soggetto e un altro, pronto ad accogliere lo spostamento … si accoglie qualcosa e qualcuno, sempre “dentro” qualcosa e qualcuno.
Ché tra dentro e fuori, esclusione ed inclusione, la linea di separazione è quanto di più lieve e al contempo forte, quanto più variamente deboli e/o forti possono essere le tendenze/linee politiche …”… che a ogni epoca corrisponde una strategia di modi di esclusione/inclusione ….”
 
Diverse e complesse sono le variabili che entrano in gioco.
 
È difficile mettersi di traverso e rompere il passo a chi ci ricorda che le ideologie con cui l’esclusione si legittima e fa vittime, sono vecchie e insieme sottilmente nuove, per cui vanno combattute direttamente, battute sul tempo, se ancora si riesce. Non è facile dire a chi fa politica e che ci invita ad “agire”: fermiamoci a ragionare sulla questione della linea, perché la linea è pur sempre un muro, uno steccato, un confine, una soglia, e noi vorremmo sapere quando torna ad essere il muro che vogliamo abbattere e quando invece essa è una soglia mobile, attraversabile in una direzione e in quella opposta.
 
E a proposito di soglie …. dalle basse alle medie, fino alle alte: di che si tratta, se non di misure, cifre, indici …. e così si dice che la misura è colma, che si è oltrepassata la misura, che è meglio tornare a fare le cose a misura, su misura, con misura ….. ma oggi che le misure stanno saltando o sono già saltate??!! Come ci misuriamo con la misura??!! Non con le poetiche dismisure e smisurate preghiere, dove egregiamente si scrive: “si tratta della con-fusione del nostro tempo … , che tragicamente (ma anche le tragedie vivono e fanno vivere le loro esaltazioni, le loro grandezze) prende atto, nella crisi di sé, della smisurata e lentissima (agonia sovente insopportabile) decadenza. Non la decadenza di un modo, di una moda, di un breve tempo, ma di un mondo. Di una civiltà. O cosiddetta.”
Ma delle nostre soglie sociali??!! … della famigerata bassa soglia, ad esempio …. cosa se ne evince dalle nostre piccole e grandi vicende??!! … lavoriamo veramente per l’inclusione, o talvolta le nostre pratiche ci spingono o meglio spingono verso l’esclusione??!! Che non sia, che lavoriamo per mantenere lo stato di esclusione dell’escluso??!!
 
Fino a che punto si accoglie, si include, l’escluso??!! … come non fare i conti con la dose di “esclusione” che è insita nell’atto dell’accoglienza, dell’inclusione??!!
 
Complessa è la questione del limen, del confine, della soglia, della linea…. “E quali sono gli effetti di un gesto politico che ritiene di costruire soglie e invece alza nuovi muri, e quanto sia importante, anzi vitale, per questo gesto, il riconoscere che ogni linea è ogni volta un muro e una soglia , un’ospitalità e un’esclusione: insomma che quel gesto mentre crede di essere positivamente univoco, è sempre doppio, e anche negativamente doppio. Infatti ripropone, sempre, la violenza inclusiva del dentro e del “noi”.”    
 
Allora, “… per riuscire a “vedere” l’esclusione, di quale sguardo dovremmo dotarci??!!
 
Forse, lo sguardo, dovrebbe andare nella direzione del riuscire a comprendere meglio la nostra possibilità di “sopportare” l’ospitalità, di far propria un’idea di ospitalità che appartiene proprio a chi è nato nel deserto. Colui che in modo “inatteso” vi si presenta davanti ha sempre un posto riservato sotto la tenda. È l’invitato di Dio. ….
 
Noi invece, il nuovo arrivato, lo accettiamo solo se siamo riusciti veramente ad attenderlo (dentro di noi): cambia qualcosa in noi se vediamo l’altro, come un utente, uno straniero, emigrato o esiliato politico, studente, ricercatore, turista ……..
Qui da noi, se chi arriva è inatteso, è lo straniero, l’emigrato, il “senza nome”, rischia di essere percepito come un intruso, un invasore, un nemico e non sopportiamo che ogni soglia venga cancellata: questo ci tocca completamente e davvero ci spiazza.
Noi ospitiamo bene chi desideriamo ricevere, mentre l’inatteso (l’ospite nel senso più vero) ci spaventa.
 
Cosa ci resta da dire e da fare, una volta compreso che c’è una contraddizione insopportabile nel concetto di ospitalità/accoglienza??!! Come abitare autenticamente l’accoglienza??!!  Forse dovremmo tornare “a vedere la linea di esclusione con cui inizia un processo di “internamento” che non riguarda soltanto i “folli”, i “respinti”, i “senza nome”, ma viene poi a coincidere con un tratto sociale caratterizzante”.

commenti
  1. anonimo ha detto:

    che dire del testo di giamma… mi ricorda sempre una vecchio slogan in voga nella psichiatria restare fuori uscire dentro…al di là di ogni possibile interpretazione semantica o lessicale, in tanti anni trascorsi nel sociale, vedo che si continua a girare attorno alle stesse problematiche senza mai mettere in pratica quello che si teorizza…
    ma applicare le teoria richiede lo sforzo almeno di pensare ed evidentemente è troppo complesso farlo… meglio ridurre il tutto ad una bassa soglia del pensiero…
    maxz

  2. Concin ha detto:

    “…far propria un’idea di ospitalità che appartiene proprio a chi è nato nel deserto. Colui che in modo “inatteso” vi si presenta davanti ha sempre un posto riservato sotto la tenda. È l’invitato di Dio”
    beh intanto non siamo nati nel deserto e secondo me questo fa.
    Banalizzando capita che risalendo un pendio in montagna si saluti persone che incrociamo mai viste e mai più riviste. Forse se fossi in una tenda in mezzo al deserto e vedessi apparire da lontano una piccola macchia scura che man mano si ingrandisce e assume sembianze umane, anche non aspettando nessuno eanche non sapendo bene se ha voglia di fermarsi, mi sa che una brocca d’acqua gliela preparo e anche due sedie: una per me una per lo sconosciuto. Parto da un vissuto personale di silenzio e solitudine e l’arrivo inaspettato dell’altro può rappresentare una piacevole novità… allora un regalo di Dio -se a entità di tale natura attribuisco le cose belle che mi capitano. In una prassi in cui l’attività principale è proteggermi da tutto (rumore, merci e disperazioni varie-o così mi fanno credere) l’altro, l’ennesimo che arriva ed è ancora in lontananza, è una ennesima rottura di balle -nel migliore dei casi, se non un pericolo o un inviato dal demonio se a tale entità attribuisco le cose brutte che mi capitano e forse un muro -per un pò mi da respiro (notare la contraddizione in termini di un muro che da respiro mentre teoricamente verrebbe da dire che toglie il respiro); i buoni poi (noi-voi?) cercano di ospitare “un pò”,
    per tornare alla tenda magari lascio un passaggio verso l’abbeveratoio, basta che non ti fermi….per scongiurare la cronicità, mica per altro

    cronicità: “un equilibrio tra disturbo o elemento patogeno e le reazioni dell’ organismo ospitante”. Certo questo è lo zampino di Mauro e vista così è proprio una cosa positiva. Alla cronicità, cioè a quel tipo di equilibrio, sempre un pò traballante ma pur stabile, ci si arriva dopo una crisi acuta del disturbo o elemento patogeno che può aver fatto rischiare la vita stessa… Come psyco aggiungo che qualsiasi sintomo mi sembra sia la “miglior soluzione” dell’individuo in questione per non rischiare…la vita ..la fine totale …il terrore infinito…il dolore insopportabile… che ne sappiamo noi sapientoni lucidi.

    A volte penso ad una specie di corto circuito debole e costante…una scossa elettrica…che non fa saltare l’interruttore generale perchè si è alzata LA SOGLIA della percezione: chi dovrebbe, potrebbe, vorrebbe, spererebbe di ospitare chi? di essere ospitato da chi? Pensiamo che chi è “classicamente” escluso dal giro è l’Escluso…
    sapeste quante solitudini e sentimenti di esclusioni nascondono i “classicamente” inclusi.
    Forse ho fatto confusione ma non era mia intenzione dare risposte e chiarezze a quest’ora
    ciao

  3. anonimo ha detto:

    E’ ovviamente tutta colpa delle scie chimiche.

  4. anonimo ha detto:

    Ma perchè parlate ancora di argomenti così demodé??? Sinceramente la musica era meglio…

  5. kaberlaba ha detto:

    Esercito di santi
    sono giorni che penso a voi
    esercito di santi malati di malinconia.
    Vi vedo camminare tra l’abisso e l’abisso
    ridendo da soli
    e fermandovi per dire
    ‘Solo un cuore spezzato è un cuore puro’
    E poi vi vedo riprendere a camminare e ridere
    col cuore gonfio di tristezza
    e fermarvi di nuovo per dire
    ‘Peccate con gioia!
    Il pianto è peccato
    il pianto che segue il peccato è peccato’

    Sono giorni che penso a voi
    santi dalle vene livide di dolore
    tolto al mondo
    il vostro cuore ne è colmo.
    Ma sapete,un cuore è un cuore
    e quando il vostro scoppia
    cercate un angolo per morire
    maledicendo la solitudine e il dolore
    per avervi fatto dire
    “Conosco un modo per onorare la vita
    venite e ve lo mostrerò”
    Sono giorni che penso a voi
    santi in una bettola di Lublino
    mentre vi sedete
    e fermando la mano che da le carte dite:
    ‘Dimenticare è un bene
    velo assicuro dimenticare è un bene’

  6. massitutor ha detto:

    Sono giorni che penso a voi…
    ovunque vada.

  7. anonimo ha detto:

    caro Babbione, non ti sembra il caso di andare ha letto vista l’ora e poi al mattino nonsei reattivo.
    M.manaresi

  8. anonimo ha detto:

    ciao a tutti i bambini dalla bassa soglia di pensiero…ciao massi un saluto da rooma divertiti con il gruppo 😉
    maxz

  9. massitutor ha detto:

    Piccolo momento di saluti:
    MaxZ, grande! Quanto deve essere bella Roma in questi primi veri giorni d’estate. Il tempo passerà, Roma rimarrà bellissima e questi fascisti topi di fogna che oggi la infestano passeranno.

    MaruoManaresi! Tranquillo! Sto sul pezzo. Fatti vivo qui più spesso. Grazie e ciao.

  10. anonimo ha detto:

    Massi roma e bella nonostante tutto…
    fa un gran caldo anche a girare in moto… che dire alla fine ho ceduto e rimango sino a lunedi…e domenica concertone di nick…vederlo dal vivo… poi ti dico saluti e baci e metteli sotto i ragazzi poveri misericordiosi ehh ehhh ehh
    maxz

  11. massitutor ha detto:

    Che meraviglia Massimo! Ti invidio: Nick Cave è uno dei 3 o 4 personaggi che veramente dal vivo ti lasciano il segno. Spaventa e incanta. E se è in buona sembrerà incredibile ma è anche socievole!
    Buon concerto

  12. anonimo ha detto:

    Ho scritto quel pezzo traendo spunti da diversi autori
    (Foucault, Jabès, Ferri, Rovatti, De Andrè …),
    volendo sottolineare la difficoltà, teorica e pratica,
    la crisi in cui versa (se così si può dire) la capacità di accogliere
    dei nostri tempi e di molte città (stranieri, emigrati o esiliati, nomadi ….)
    sottolineando l’aspetto sociale della questione,
    senza voler sminuire l’aspetto individuale.
    Tremo per quelle che potrebbero essere le ricadute, sull’individuo e sulla società,
    di come stanno le cose oggi e di come andranno nei prossimi anni.
    Non volendo fare del catastrofismo o della tragedia
    (quest’ultima di gran lunga preferibile), le questioni legate all’accoglienza
    non sono solo di ordine economico e dunque pratiche, ma soprattutto
    da considerare nelle diverse implicazioni biopsicosociali, non meno pratiche:
    si dovrebbero aprire diversi spaccati sulla crisi del soggetto, dell’Io,
    sulle derive nazional-regionali, sulla crisi della rappresentanza e della politica,
    sull’ormai diffuso, affermato e riconosciuto senso di insicurezza.
    Si dovrebbe essere in grado di produrre piani fattibili, sostenibili,
    convenienti per la comunità tutta e tracciare altre rotte che si avvicinino
    almeno nel gusto, a quegli ingredienti tanto preziosi quanto oramai introvabili
    che quasi quasi ci han fatto su una rivoluzione “Libertà Uguaglianza Fraternità”
    … passatemi l’enfasi …
    Volevo sottolineare l’importanza delle lenti che utilizziamo
    per vedere la realtà che ci circonda e ci attraversa;
    perché è da come vediamo le cose, che poi derivano
    i nostri comportamenti, le nostre azioni-reazioni;
    l’importanza di avere chiare le premesse
    che sostanziano e muovono certi atteggiamenti nelle persone.
    Anche se, ‘per fortuna’, come affermava Steiner:
    “C’è sempre stato e ci sarà sempre un senso in cui
    non sappiamo cosa proviamo né di cosa parliamo quando proviamo
    ciò che è e che parliamo di ciò che è.
    C’è un senso in cui nessun discorso umano, per quanto sia analitico,
    può dare un senso definitivo al senso stesso”.
    In ultima analisi tentavo di capirci qualcosa
    e così chiudo questo lungo commento, positivamente sollecitato dagli altri,
    con due passi di Nietzsche.
    Il primo dalle Poesie postume:
    “Getta il tuo peso nel profondo!
    Uomo! Dimentica! Uomo dimentica!
    Divina è l’arte del dimenticare!
    Se vuoi volare,
    se vuoi esser di casa nelle altezze,
    getta in mare ciò che in te è più pesante!
    Ecco il mare, gettati nel mare!
    Divina è l’arte del dimenticare!”
    …. e il secondo dai Ditirambi di Dioniso:
    “Il deserto cresce: guai a chi alberga deserti!
    Pietra stride su pietra, il deserto inghiotte e strozza.
    La morte atroce fissa rovente il suo sguardo bruno
    e mastica – la sua vita è il suo masticare …
    Non dimenticare, o uomo che la voluttà ha macerato:
    tu – sei la pietra, il deserto, tu sei la morte …”

    gian maria

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