Cari, amici del blog, come potete vedere, mi faccio vivo nella forma di come io vi ho lasciato, con un computer e con una rubrica tutta mia (il foglio infatti è arrivato dattiloscritto Ndr.), poi continuata dal carcere con le mie lettere. In questi lunghi 12 mesi, ho appreso l’esperienza di vedere 3 istituti diversi, con metodi diversi ma sempre nella regione Emilia Romagna. Rimango allibito nel vedere come a distanza di 30 KM dal capoluogo, cambi la gestione di un’istituto di "pena" a seconda di chi lo gestisce. E’ un pò come dire: "questa è casa mia" e la gestisco a piacimento e a espressione politica. Questo sistema è sbagliato, perché se le regole vengono fatte uguali per tutti; noi tutti siamo tutti uguali a dover rispettare quelle regole. Noi italiani siamo un popolo di giocolieri delle leggi, che tu sia di destra o di sinistra e inseriamoci anche il centro. E mettiamo una regola (legge) per agevolare gli "amici" e fregare, annientare i nemici.Dal 19/01/2008 ho iniziato questa nuova esperienza, da me voluta di custodia attenuata. Come primo impatto l’espressione di recupero mi dà titubanze, forse, sono io che con il mio vissuto, diffido da tutto e da tutti, o forse le mie sensazioni sono giuste ma obbligato ad accetarle. Al momento sto aspettando di svolgere il mio primo mese di lavoro, speriamo bene!. Ho conosciuto un Professore che svolge l’attività didattica con iniziative predestinate al recupero del detenuto tossicodipendente. Mi ha proposto di scrivere in comune con i miei compagni di percorso, un giornalino interno, dove ogni persona esprime un suo pensiero personale e ha piacimento di argomentazione, per far conoscere alle Istituzioni che anche noi detenuti tossicodipendenti, ci siamo e possiamo fare cose utili e costruttive allo stesso tempo. Quindi detto questo sarà mia cura inviarvi copie del giornalino in modo che voi posiate divulgare alle persone cosa si fa in una Custodia Attenuata, Rimango a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento e spero di avervi dato qualcosa di positivo in questo momento. Saluto tutti gli amici del blog e chiedo a loro di non abbandonarci, anzi di essere più presenti con commenti di ogni tipo dando, la possibilità alle persone di riflettere ancora di più. Un saluto allo Staff di via del Porto, soprattutto alla Gioconda alla Civetta (Cinzia), Ilario, Stefano, e il mitico Massimo il tutor detto il Fighetto. Mi ero bloccato a scrivervi, per via del nervoso, che mi portava l’attesa del trasferimento, presso la terra promessa della Custodia Attenuata. Il tocco del computer mi fa venire ricordi del passato con voi in ogni situazione sia di sballo che di non sballo. Con stima Dario. Max rispondi.
Il Vostro Amico Dario.
P. S. Salutatemi mio fratello e Mimmo

Oggi ho incontrato un ragazzo che è stato in carcere. E’ tornato al laboratorio dopo una breve permanenza presso la casa circondariale cittadina. "Breve": breve magari sarà per me che ogni sera torno a casa. Comunque: è finito lì per un fatto stupido, una storia da poco, come spesso capita qui in via del Porto: ci si capita con la stessa facilità della prigione del Monopoli. Ogni mattina tiri i dadi e se capita il tuo turno passi anche dal carcere; diventa un fatto "normale", o quanto meno una tappa fra le altre, purtroppo. Purtroppo anche che la stessa cosa non valga per tutti i cittadini di questo paese, ma questa è un’altra storia. Abbracciare qualcuno che è appena uscito dal carcere è una cosa difficile da raccontare. E’ un metallo freddo, avvolto nel cuoio, che vibra allo stesso tempo della sua durezza appena nata e dell’incontenibile vitalità che lo attraversa. E’ un odore ruvido, pieno di spigoli e la luce negli occhi sembra dire una sola cosa: "ora potrà solo andare meglio". La letteratura e la cinematografia internazionale a questo punto prevederebbero scene di ballo collettivo, canzoni in onore del ritrovato e storie ai confini della realtà raccontate dal Nostro davanti ad un cerchio di amici assorti ed assortiti, ma qui, in via del Porto, nella realtà… non succede niente di tutto questo. Un saluto, una pacca sulla spalla e via, si ricomincia: "ci si rivede" come prima, "come ti butta?" come prima… e "ce l’hai una sigaretta?" come prima. Un caffé nei bicchieri di plastica e al prossimo giro. Questa non è superficialità: questo è il Centro diurno, questa è la realtà e giustamente le cose vanno affrontate con rispetto e pudore. E alle cose peggiori è il caso di passargli accanto in silenzio, così: leggeri, come se niente fosse.
Cari amici del Blog, come potete vedere non mi sono scordato di voi, scusatemi del mio silenzio, ma vi comunico che domenica 5 agosto sono stato trasferito di carcere: attualmente mi trovo a Reggio Emilia. In questo mio post vi voglio raccontare di come si può sentire un detenuto che viene, in gergo giuridico, "tradotto". Come forse sapete in carcere devi convivere con persone di molte etnie diverse e per questo sei portato, per via della lingua, ad avvicinarti ai tupi paesani "italiani", in questo modo -restauri- rapporti diciamo di "amicizia" e cerchi, con tutti i mezzi consentiti dall’istituto in cui uno si trova, a farti la cella con loro. Cercando così di vivere meglio e di comunicare, magari sfogandoti. Quando vieni trasferito viene a mancare questa cosa essenziale per noi italiani: perchè ormai le nostre patrie galere non sono più tanto per noi, ma per quegli stranieri che arrivano in condizioni pietose, con la prospettiva di una terra promessa; cosa che è e rimane un’illusione… Detto questo sono stato costretto a lasciare la mia tranquillità costrita con pazienza a Bologna e ricominciare tutto a Reggio Emilia. Se vi devo dire il vero il Carcere di Bologna non ha nulla a che vedere con quello di Reggio Emilia: le condizioni della struttura di Bologna sono difficilmente descrivibili a parole… a Bologna il carcere è stato concepito e progettato per 450 detenuti, mentre in effetti sono state inserite 1000 o 1200 persone. Quindi lascio a voi i commenti su come può funzionare una struttura del genere. Da quello che ho potuto appurare qua a Reggio Emilia è più funzioanle: ci sono possibilità di sbocco e agli effetti tutto funziona con una precisione svizzera: il detenuto che lo desidera ha la possibilità di fare qualsiasi corso o iniziativa di inserimento nella vita così chiamata "normale". Io ho fatto richiesta di lavoro, cosa che a Bologna svolgevi solo se eri furbo o ruffiano, poi mi sono iscritto alla Prima superiore che inizia a settembre e, allo stesso tempo, vado in biblioteca, visto che è un periodo che mi sono innamorato dei libri… proprio così! Dario il fattone che adora leggere! Mi devo ricredere: non tutti gli istituti sono come quello di Bologna e qua tiro la conclusione che un carcere per essere funzionale non dovrebbe contenere più di 200 detenuti. Cari lettori… e magari giovani in procinto di intraprendere una vita da delinquente, credetemi: non è vita qualsiasi siano le condizioni carcerarie e in qualsiasi istituto uno è: colui che decide di intraprendere la vita del tossico e del detenuto deve fermarsi a riflettere e, allo stesso tempo, ascoltare i più vecchi, cercando di percepire ed elaborare le loro esperienze. Mi piacerebbe pensare e sapere che un giovane aprisse gli occhi leggendo queste mie lettere, questo blog. Sappiate che in futuro sono costretto a smettere di scrivere: non perchè non voglio più, ma perchè dovrò andare in comunità, ma non so ora se il responsabile della struttura vorrà concedermi la possibilità di continuare questo lavoro iniziato in carcere. Ciao a tutti e ci si ribecca! Presto spero!
Ciao lettori del blog,
Ciao amici del blog di Asfalto.