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La dote innata

Pubblicato: 18 marzo 2009 da massitutor in gite, la vita è un cantiere, libertà, viaggio
vivere_viaggiandoCioè non è che si diventa vagabondi per caso dietro ci sono anni e anni di coltivazione del proprio essere, del proprio io, che soprattutto ci vuole una dote innata: ovvero la pigrizia. Intendiamoci bene, non è che  pigri ci si nasce, ma più che altro è il mondo che va troppo veloce e soprattutto per me allora un giorno non propriamente precisato, anche perchè ricordarselo è un lavoro immane e nun ciò voglia mezza, date vicissitudini della vita accorpate in un unico rompimento di coglioni, me ne sono andato. E dove sono andato? Non lo so, tanti posti e nessuno l’importante per me era porre fine allo stress della vita quotidiana. Avevo diciassette anni. Voi direte: ma come cosi giovane si è gia rotto. Ed è proprio lì che entra la dote innata. Mi ero già stufato di studiare perchè pensavo, se tutti lo fanno nessuno si accorgerà di uno che invece si fa i cazzi suoi. Avevo una bellissima ragazza ma era un po strana, mi faceva strani discorsi sull amore, allora io me ne sono andato a Francoforte anche se non capivo un tubo di tedesco e a tutti dicevo solo ua parola, HAI , che sembrava che c’ era qualcuno che mi pestava il piede. Mio zio era pasticcere, ed io  amavo i gelati, per cui sono andato a lavorare in una…..?  gelateria!! viaggiandoDopo tre lunghissime e stressanti settimane di lavoro e interminabili pestate di piede, mi sono innamorato ovvero mi sono ricordato che nella mia bella Sicilia avevo una ragazza e dato che la primavera avanzava mi sono cominciati a venire strani pensieri. Prima dell’ irreparabile istinto di farmi male da solo e quindi di ferire il mio orgoglio maschile ho preso il primo aereo. Porc… putt… merd… minchia m’ha lasciato e non lo sapevo. Allora cornuto e mazziato sono andato a lavorare e con mio immenso stupore ho ripreso a studiare. Due cose cosi impegnative in un colpo solo? Stavo veramente male, c’ero proprio restato male. Bisogna anche sapere una cosa importante non è che mi e difficile amare solo che me ne accorgo tardi, perchè sono pigro anche a pensare, ma vi assicuro sono un tipo romantico e un inguariabile innamorato. Infatti tutte mi hanno mollato per lo stesso di cui motivo comprese quelle non mi sono mai accorto.

Giovedì 29 gennaio sono stato all’inaugurazione di due nuovi centri in Stazione centrale, a Milano: il Centro diurno SOS della fondazione Exodus e il Centro dei City Angels. Si trovano appena fuori dalla stazione, nel sottopasso Tonale – Pergolesi. Praticamente si tratta di uscire dalla porta per rientrare dalla finestra, nelle viscere sotterranee della stazione. C’erano Don Antonio Mazzi di Exodus, Mario Furlan dei City Angels e un responsabile di Grandi Stazioni. Poi ho ritrovato Maurizio Rotaris della Bar Boon Band, che sarà la colonna portante e sonora del nuovo Diurno, dopo essere stato in trincea una ventina d’anni in pochi metri quadri a svolgere attività di accoglienza e segretariato sociale, adesso lo aspetta questa nuova sfida “underground”. C’erano tantissimo giornalisti in mattinata e anche molti curiosi e passanti che erano a conoscenza di questo evento. Ma soprattutto c’erano Victor Terminé (pagherei per avere un cognome così…) e gli altri amici della Linea Gialla che fino ad ora avevo conosciuto solo attraverso le loro parole e qualche video. Ho parlato con loro, stretto le loro mani e nel pomeriggio ho fatto un breve giro per la città, prima di rivedere insieme alcuni video storici. Ed è proprio questo incontro di facce e parole sotterranee che mi hanno portato alcuni pensieri.

Milano. Milano ti fa dire vaffanculo e porca puttana. Milano ti fa venire voglia di bestemmiare. Più ci vado e più penso quanto tutti i luoghi comuni e le rappresentazioni di questa città siano fondate: Milano coltiva i propri stereotipi come un prodotto tipico locale. Persone che devono essere tristi per natura, ciniche per educazione e stronze per professione. Si dice che è una città fredda, violenta, inospitale e che la gente va dritto perla sua strada, a capo chino, fregandosene del prossimo. Cose così insomma e… beh è tutto vero. O quanto meno è la percezione che si ha girando nei soliti posti di Milano: Stazione centrale, metropolitana, Piazza Duomo, Corso Como… Poi sicuramente chiunque abbia un parente, un amico, un affetto a Milano sarà pronto a giurare che tutto ciò è falso, che bisogna conoscere la gente, che bisogna frequentare i posti giusti, che c’è tutta una Milano nascosta (ogni città ne ha una) da scoprire e rivalutare. Insomma un riscatto morale da qualche parte c’è sicuramente, ma sicuramente non è facile da trovare. Chissà quanti insulti si prenderà ogni giorno la povera Milano; insulti e maledizioni, da chi la odia, da chi la amava com’era una volta, dai viaggiatori, da chi ci va per lavoro, da chi ci passa e basta e non ci capisce niente. Magari qualcuno se ne dispiace pure del tanto veleno sputato, eppure non può farne a meno, ogni giorno… porca miseria, porca puttana, ma che cazzo di città!

Poi c’è una grande fetta di persone che questa città non la giudicano in nessun modo: la vivono e basta e non ne vogliono sapere mezza. Questi milanesi in cattività si dividono in due grandi categorie: quelli che vanno in giro prendendosi terribilmente sul serio e con lo sguardo vuoto e sicuro scivolano nella metro trascinando ogni genere di valigia a ruote; in un’ora di passaggio potresti riempire un container ferroviario di computer portatili, ipod, palmari, telefonini. Con le unghie e coi denti restano appesi al loro “crederci”. Eppure i milanesi vivono la strada e tanto: ogni giorno, per molte ore al giorno trascinano le scarpe lungo marciapiedi battuti dal vento e respirano l’aria viziata della metropolitana; molta vita dei milanesi trascorre sottoterra. Qualcosa li avvicina quotidianamente all’esperienza cruda della strada, quella più fredda e puzzolente. A qualunque categoria sociale appartengano, indipendentemente da chi li aspetta a casa.

Ma la linea cade continuamente e allora è tutto un “Pronto? Mi senti? Pronto! Come dici? Ti richiamo! Niente… Cade, Non ho campo… Ci sei? Ascolta… non ti sento. Pronto… pronto, pronto? Ciao sono io!… Pronto? Ma dove sei?!! Dove sei.”

Le persone che vivono in strada qui le chiamano Barba. Non è male come termine tutto sommato: è più carino di Barbone e più italiano di Homeless. Anche ai Barba non frega niente di Milano. I barba di Milano che ho conosciuto sono persone che sono state quasi rapite dalla strada; sono una fetta di popolazione che sono diventati più “tribù” rispetto ai Barba delle altre città. A Milano la faccenda dei Barba sembra una questione anticamente antropologica: li vedi che sono già così e nessuno ha memoria di quando erano qualcos’altro; ti si presentano solo quando sono già trasformati dalla strada, sono pieni della cultura che in strada gira e prolifera, sono laureati e cosa vuoi farci?
Sono laureati… E Victor dice “Babe… devi fidarti di me” e fa cadere la sua voce dai grattacieli e poi i racconti di grandiose migrazioni e progetti di conquista di territori fertili. Come se i Barba potessero diventare una tribù post-moderna di convivenza e sostegno reciproco. Finché ci si crede la speranza in qualche modo è ancora possibile.
Ma la verità del Tutto emerge da una frase che ha continuato a girarmi in testa durante tutto il viaggio di ritorno: è una donna, forte e tonda, è una donna innamorata, con il viso di una bambina e con la strada nei capelli e negli occhi. Recita una sua poesia a memoria “La mia casa è la mia pelle… e per tetto un cielo di stelle”.

il Diario

Pubblicato: 18 gennaio 2009 da massitutor in alkoliker - il diario, amicizia, assistenze e bisogni, libertà, morte, salute, viaggio

Prosegue il racconto di una vita che scivola verso la strada: è Alkoliker, il diario in forma di romanzo del nostro amico Stefano "Bici" Bruccoleri.
Nel post precedente lo avevamo lasciato alle prese con uno sfratto esecutivo dopo aver scoperto la solitudine, l’abbandono, la malattia. Queste le sue parole: "Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e  padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita."
Avvertenze: contiene un dosaggio elevato di vita allo stato puro, aprire con cura. Massitutor

alkoliker

venerdì, 24 settembre 2004
Caro diario, i miei Cd 4 si sono alzati e la carica virale si è abbassata, questo lo definirei un sollievo.
Al medico infettivologo ho fatto l’unica domanda che avrei dovuto tenere per me, e cioè quale prospettiva e qualità della vita mi attendono. La risposta è arrivata come una spietata condanna “Una decina di anni, sig. Bruccoleri, e non tanto per l’HIV ma quanto per la combinazione con l’epatite C di cui noi medici non sappiamo ancora molto. Negli ultimi anni le terapie farmacologiche per l’HIV invece sono divenute di facile assunzione e con una percentuale di sopravvivenza non immaginabili solo fino a dieci anni fa, siamo lontani dalla guarigione e dal vaccino, ma la qualità della vita dei malati sieropositivi è nettamente migliorata. Diciamo che conducono una vita normale, con la sola differenza che devono assumere la terapia farmacologica per tutta la vita e fare controlli regolari cercando ovviamente di non strapazzare l’organismo con sostanze stupefacenti e soprattutto alcol”
Cazzo dieci anni possono essere tanti, o un alito di tempo.
Dieci anni! Dieci anni! No sto sognando! Non può essere capitato proprio a me. No, no no. Adesso mi sveglio, strizzo gli occhi come facevo da bambino per risvegliarmi dai brutti sogni e mi ritrovo nel letto, magari spaventato a morte e sano. Andrebbe bene anche risvegliarmi in un letto d’ospedale uscito dal coma dopo un incidente stradale.
Nulla. Sono già sveglio.
Merda.
Traccio una linea come quando si fanno i conti della serva, foglio di carta e penna in mano, gli spiccioli sulla tavola per capire quello che posso ancora fare. In attivo metto il fatto di non dover cominciare la terapia. Il passivo già lo conosco.
Birra Birra, adesso ci vuole una Birra.
Birra fino a raggiungere l’assenza della coscienza.
Viaggio nell’incredulità, la percezione di quello che mi sta accadendo mi allontana dalla realtà conosciuta fino ad oggi. E’ la follia della percezione, il concetto della morte, della fine ultima e inappellabile non si era mai presentata con una percezione fisica così netta, limpida assoluta. No non ci posso credere, Cristo Madonna.
Poi, altre volte penso di essere assolutamente sano e quello che mi sta accadendo sia frutto del declino delle mie facoltà, della scarsa o assoluta capacità di leggere la realtà, dunque malato in questa condizione irreale e immune dall’AIDS ma folle nel mondo reale. Non so cosa sia peggio. 
Sono momenti in cui cerco di ancorarmi almeno a una delle due realtà, quantomeno per semplificare. Esplodo, birra birra, eroina birra, merda, birra e assenza.

11 novembre 2004
Questa mattina è arrivata la lettera dell’Inps per liquidare la mia pensione di invalidità, mi spettano un anno di arretrati, un sacco di soldi, circa mille Euro secondo i miei calcoli, questo vuol dire che posso andarmene da questa città. Potrei riparare l’Ape e  riprendere il vecchio progetto di fare il giro d’ Europa, oppure rimettere in strada la bicicletta e spostarmi con quella.
A diciotto anni sognavo di fare il giro d’Italia in bicicletta, un giro invernale. L’onnipotenza dei diciotto anni e il desiderio già marcato di distinguermi da chiunque altro. Anche quelli dove sono finiti?
Partire in bicicletta vorrebbe dire attrezzare la bicicletta in modo da avere una buona autonomia, dovrò rifarmi all’esperienza Scout: montare una tenda, comperare un fornellino da campeggio ed organizzare una cucina ridotta, non potrò permettermi di andare al Bar o in pizzeria tutte le sere. Dovrei avere a disposizione sette Euro al giorno che se ben amministrati dovrebbero essere più che sufficienti. Sono abituato ad ottimizzare il nulla, da questo punto di vista non dovrebbero esserci problemi. Vino in cartone e anche i vizzi sono garantiti. La mia tenuta con l’alcol è veramente vergognosa, solo l’anno scorso riuscivo ancora a fare sessanta chilometri e poi spararmi sei otto birre e qualche bicchiere di vino e poi il giorno dopo ripartire, ovviamente mi porto dietro un pancione da bevitore appassionato e la pedalata certo non è quella di dieci anni fa, ma per essere una spugna con sindrome depressiva direi che faccio ancora la mia sporca figura.
La bicicletta mi obbligherà a darmi un limite, non posso certo mettermi a bere alle due del pomeriggio con davanti trenta o quaranta chilometri.
Sarà bello bere la sera, i muscoli indolenziti da una giusta dose di acido lattico si combinano perfettamente con una moderata dose di alcol creano uno sballo superiore a tutti quelli conosciuti sino ad oggi.
Ma qui si tratterebbe di pedalare tutti i giorni e come se non bastasse si avvicina l’inverno e non saprei come affrontare questa sorta di viaggio, anche se la sfida la trovo entusiasmante.
Ho una gran voglia di mandare tutti a fare in culo, assistenti sociali, psicologa e gli educatori del centro diurno: la loro arte terapia da circolo parrocchiale con annessi complimenti per ogni porcata si faccia con i colori, le interpretazioni sull’uso del colore speso, degli spazi lasciati vuoti, ma la cosa più triste sono io che alimento questo giochetto dell’utente talentuoso che dipinge cadaveri e muri, consapevole di nutrire il loro narcisismo  di educatori affamati di successi, mi sento una puttana.
Alcolista psichiatrico lo accetto perchè mi appartiene fino in fondo, ma puttana impotente non riesco ad accettarlo. Cazzo pensavo di valere un po di più, non mi vedo a scodinzolare davanti all’assistente sociale oltre quello che ho già fatto. Sono qui a fare l’utente modello, talentuoso dal pensiero raffinato, adeguato, oltremodo consapevole e pronto a disciplinarsi per un trionfale reinserimento nel mondo della normalità. Mi sto condannando da solo e con dentro la sensazione di poter ancora fare molto per la mia vita.
Ma dove sono finiti i miei sogni, la mia voglia di giustizia e di contribuire alla costruzione di un mondo meno peggiore di come l’ho trovato? La passione per la  chitarra, lo sport e tanto altro ancora.
C’è poi quell’antico progetto che misi in cantiere quando avevo sedici anni in cui mi ripromisi di arrivare a quarant’anni sollevato dalle mie angosce per diventare un bell’uomo con al seguito una piccola truppa di donne innamorate? Ci ho creduto in quel progetto, ero convinto che sarebbe stato possibile liberarmi della  bruttezza della mia vita, ero fiducioso che sarebbe dovuto passare del tempo ed ora alla soglia dei quaranta non ho intenzione di fare l’animale addomesticato dei servizi sociali. Guardo questi professionisti del benessere altrui e spesso nelle loro facce non trovo felicità o soddisfazione per il lavoro che hanno scelto, mi pare che questi facciano persino fatica ad assistere se stessi figuriamoci un un cicloturista bipolare con una storia complessa come la mia. Ed è da questa considerazione che credo di dover ripartire, non è ancora tempo di delegare le mie sorti alle generosissime scollature della psicologa, direi che dopo il terzo litro di sperma versati su quella pelle dotta e levigata siano sufficienti e che tocchi a me almeno il tentativo.  Per quanto affaticato e spaventato non riesco a mollare adesso e se mai dovessi non farcela allora farò altro, in un mondo nuovo.
Era l’estate del 1997 e di quel mondo nuovo che avevo cercato conservo queste immagini a cui ho voluto dare un titolo. Una piccola strategia per consentirmi il giusto distacca da quella giornata.

Come promesso, Asfalto non chiude per le feste, anzi: ho il piacere di pubblicare un racconto che è qualcosa di più di un regalo: è il lavoro che l’amico Stefano "Bici" Bruccoleri sta sviluppando sul materiale che aveva pubblicato, in varie forme, sul web alcuni anni fa. Propongo un percorso a puntate attraverso questo testo che sta trovando la sua forma definitiva e che non smette mai di toccarmi nel profondo. Anche perché i semi di Asfalto, in qualche modo, sono racchiusi in queste righe.
Sempre di più penso allo Stefano scrittore come ad uno scultore della parola: uno di quegli scultori artigiani che lavorano il legno e tolgono materiale fino a svelare una figura che esisteva già nel pezzo di legno, difendendo con fatica una struttura che minaccia periodicamente il collasso. Massitutor

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Un anno prima che cominciasse la mia carriera di Senza fissa dimora

chi sonoQuella che vi propongo è la trascrizione del del Blog Alkoliker. Forse il primo blog italiano di un senza dimora. La trascrizione mi ha imposto un lavoro di ampliamento e di cucitura che mi consentisse di creare un filo narrativo di quel diario che nella versione Blog appariva come tante immagini scollegate fra loro. Ad esempio è accaduto che una breve frase diventasse quattro pagine di racconto. Nulla è stato aggiunto o stravolto.
“Gli ultimi quattro anni li ho passati in bicicletta, pedalando per circa venticinque mila chilometri, a tratti felicemente ed a tratti da idiota, sono stato la cosa più simile a me stesso che mi è stato possibile essere e l’ultimo immagine che mi resta è quella di uno Stefano tenero, ironico,maturato,a tratti ingenuo, ma informato”.

20 settembre 2003   
Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.
Parentesi.
Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Positivo all’HIV
Ho pianto.

A poche ore di distanza dalla  notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato. Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.

Come è possibile, a questo punto, essere sintetici?

Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.

Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando  le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.

L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare e i risultati da positivi essere negativi, e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare verrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.

L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere  necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità. Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?

Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e  padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, e ogni tentativo per essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta, e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.

Giovedì 23 settembre 2004
Il primo pensiero è per i ragazzi del circolo letterario del Punto D_Verso di Alessandria, Torino, Piemonte, Italia, Europa,  terra e tanta tanta acqua, e che sono stati il mio aggancio con il mondo della normalità.
Temo di essere risucchiato dal lato peggiore della strada, le persone che vedo abitualmente sono quelle legate ai  servizi sociali: tossici, alcolisti, psichiatrici. Tracce di normalità è possibile trovarle alla mensa della Caritas dove arrivano un gran numero di stranieri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.
Dei ragazzi del circolo letterario non ricordo bene i nomi, ho immagini come piccoli quadretti di luce e colore. Il tipo con il pizzetto ed occhialini di metallo, simpatico ed intelligente, una delle poche persone di cui riconosco il talento senza provare disagio. La Erre moscia alla francese dell’imperiale fanciulla ossessionata o affascinata dal Pacco stellare del suo ultimo racconto. Quella di ventiquattro anni che viene da Torino e si ostina ad alzarsi il numero degli anni per adeguarli all’immagine che ha di se.
Giovani nella loro incompiuta giovinezza che con piccoli spilli tengo appesi al cuore.
A grande richiesta pubblico una delle prime letture, la mitica Balena scorreggiona.
Una sagoma gigantesca mi viene incontro.
Traballante, maleodorante, scorreggiona.
Deve esserci il residuo di una donna sotto quei capelli di polvere impastati col caramello.
Mi mette in mano una supposta “Mettimela ragazzo non ce la faccio più, usa il dito e spingi”  Come Pinocchio nella balena temo di essere risucchiato da quel culo mammifero e con forza mi libero dall’ano che spurga diarrea.” Grazie ragazzo non ce la facevo più” Ed io “Scusi signora ma lei non ha paura di farsi mettere le supposte dal primo che passa”?
“Dì ragazzo  non era mica un missile”.
Questo episodio è realmente accaduto durante una degenza presso il Repartino psichiatrico di Alessandria.

20 settembre 2004
Ieri è arrivato il tanto temuto sfratto esecutivo.
Una speculazione edilizia che strappa dalle loro case ricche di ricordi un vecchio innocuo fascista, un tappezziere di stoffe, un insegnante elementare in pensione, ed il sottoscritto, giovane restauratore di fragili speranze.
Sono comunque stato  fortunato dato che ho trovato subito posto presso il dormitorio comunale di Alessandria gestito dalla Caritas; dieci giorni  al mese e poi fiducia, intraprendenza e freddo.
E’ come affrontare un viaggio nel deserto senza bussola ed ho pensato che a questo viaggio voglio dare un nome: “Fiori di strada”.
Nel giro di poche settimane sono  passato dalla condizione di artigiano restauratore a quella di utente dei servizio sociali.
Mi sento in gabbia. Al mattino alle otto esco dal dormitorio, faccio un giro per la città, un salto su internet in Comune e poi a mezzogiorno a fare la fila alla Caritas per il pasto.
Il pomeriggio al centro diurno del Sert fino alle sei di sera l’appuntamento settimanale con l’assistente sociale, quello con la psicologa e quello con il gruppo di alcolisti. C’è poi l’alkover che assumo ogni mattino presso l’ambulatorio e che dovrebbe allentare  il desiderio di assumere alcool. Dovrebbe!
Questa dell’alcool è l’unica cosa che ho voluto da questi Servizi sociali, i problemi con l’alcool me li trascino da troppi anni e alimentano la parte peggiore di me.
Non più tardi di un mese fa mi sono trovato a camminare completamente nudo nel pieno della notte  in preda ad una disperazione dolorosa che in quel momento mi appariva insanabile. In questi ultimi dieci anni ho fatto dentro e fuori dai repartini psichiatrici di Torino, Asti, Alessandria, spesso ritrovando la stessa gente con gli stessi problemi.
A Torino capitava che l’ambulanza mi raccogliesse in terra completamente sbronzo o  seminudo e da questa cosa vorrei poter uscire, anche perché sento che il peggio della mia fatica di viver si stia lentamente esaurendo per lasciare spazio a qualcosa di nuovo di cui non riesco ancora a vedere i contorni e questo mi lascia ben sperare. Quel che è certo è che non ho intenzione di passare qui ad Alessandria degli anni in attesa che qualcuno di decida a darmi una casa. Ne ho parlato alla psicologa, le dicevo di non trovare un senso nei nostri incontri settimanali e che la soluzione sarebbe stata quella  di poter avere un luogo per ricostruirmi a livello personale e lavorativo. La percezione per me è chiara e cioè che se non trovo io una soluzione rischio di restare al gancio dei servizi per anni senza mai scoprire se avrei potuto farcela da solo.
Qui rischio di affondare nella mia merda, ho preso trecento euro di eroina e non so nemmeno bene perché, dato che l’eroina non mi è mai piaciuta. A  tutto questo si aggiunge questo non senso assoluto frutto forse della noia o di un desiderio di annullamento che mi cova dentro. Certo è che se me la faccio tutta  allora sarà difficile gestire anche la dipendenza e la carenza. Potrei spararmela tutta in un colpo solo e andare a trovare Enrico che a una buona dose di eroina aveva aggiunto i gas di scarico della sua R4 bianca.
Quando si dice “Per esser certi di non sbagliare”
Ma al di la della mia predisposizione per il dramma credo di non avere ancora voglia  di crepare e al tempo stesso non so che fare.
Nel frattempo mi tocca condividere il buio di questa stanza con quattro letti, quattro cuori, quattro storie differenti e differenti destini. Non so cosa aspettarmi, ma il viaggio è cominciato da tempo e almeno per questa notte il viaggio è cortesemente offerto dalla Caritas.
Da circa due settimane mi sono messo in lista per l’emergenza abitativa, uno strumento che dovrebbe a breve garantirmi una casa popolare o una collocazione più agevole rispetto al dormitorio.
Questa mattina sono tornato in comune per la seconda volta per chiedere conto della mia situazione convinto che l’emergenza abitativa si sarebbe mossa proprio sul carattere di emergenza della mia condizione. L’addetta alle pratiche mi accoglie con gentilezza e con la stessa gentilezza mi dice che loro hanno delle priorità: ragazze madri in primo luogo, poi nuclei famigliari con bambini.
Insomma non sono abbastanza ragazza madre per accedere al servizio, pare non siano sufficienti la mia invalidità dell’ottantacinque per cento, con la prospettiva di cominciare a breve una terapia farmacologica per l’HIV. A questo punto non mi resta altro che tornare in dormitorio alla mensa della Caritas e il centro diurno del Sert.

Continua… 

ATLANTE GEOGRAFICO ASFALTO

Pubblicato: 25 agosto 2008 da massitutor in amicizia, asfalto fuoriporta, gite, vagabond geoghaphic, viaggio

Questa estate Asfalto propone una specie di gioco dell’estate: un gioco che ha a che fare con i luoghi di una vita, il racconto e la memoria. Nella mappa qui sopra alcuni amici, frequentatori del laboratorio e di questo blog hanno raccontato alcune tappe importanti della propria vita, impressionando così il territorio con il proprio passaggio, la memoria di momenti belli, intensi, in qualche modo importanti. Perché è importante marcare il territorio, testimoniare il nostro passaggio su questa terra. La nostra esperienza di vita ha sempre un teatro, uno scenario territoriale; condividerlo con gli altri, renderlo pubblico può servire per avvicinarci l’un l’altro; capire qualcosa di più di una persona con la quale condividiamo un presente comune e simile. Un gioco che può servire anche solo per rendere epico ed unico il nostro passaggio su questo pianeta, condividendo con i nostri compagni di ventura un unico grande cammino collettivo.
Per cui, dopo che avete scorrazzato nella mappa qui sopra, il gioco è semplicissimo: cercate di pensare ai luoghi che, in qualunque modo, sono stati importanti per la vostra vita e raccontateli nei commenti. Per luoghi si intende qualunque posto sia stato importante: una città, un paese, ma anche una specifica via di una città, o un luogo simbolico (il porto, la stazione, lo stadio, ecc). Se avete un’immagine del posto pubblicata su internet incollate anche l’indirizzo dell’immagine. Poi firmatevi col vostro semplice nome, nickname o soprannome che volete. A settembre inseriremo i vostri racconti nella mappa comune e così verrà fuori il nostro atlante geografico degli amici di Asfalto.

Iene di strada – Alkoliker

Pubblicato: 3 luglio 2008 da massitutor in amicizia, famiglia, libertà, tele asfalto, viaggio

Dopo un lungo periodo di assenza tornano su questi schermi le interviste stile Iene. E tornano in grande stile con un ospite d’eccezione: Stefano "Bici" Bruccoleri. Cosa posso dire di quest’uomo? Si definisce "Senza dimora di successo", da quasi quattro anni vive girando con la sua bicicletta che è diventata casa. Pioniere della blogsfera e fondatore storico di Asfalto: quando mi propose di aprire un blog delle persone senza dimora gli risposi grosso modo che era un pazzo.
Approccio da artigiano, contadino senza raccolto, aspetto da cicloturista in decadenza, scrittore e consapevolezza da intellettuale di strada. Questi elementi hanno alimentato la mia curiosità verso Stefano; rapporto  nato a Piazza Grande che oggi è diventato amicizia. Un sentimento che ho cercato di riportare  in questo video: un’intervista di alcuni mesi fa e un lungo lavoro di montaggio che vede la luce su Asfalto solo adesso. Ma il momento giusto in fondo è questo: perché i pedali della sua bicicletta oggi l’hanno portato qui a Bologna per ultimare il suo primo libro. Si è già trovato una sistemazione estiva sui colli bolognesi in un monolocale ripiegabile in tela… e vediamo cosa succede. Quando ci siamo trovati insieme per più di tre settimane abbiamo sempre prodotto qualcosa di buono. Aspettatevi di tutto, ma non le solite cose.

Se avete problemi a visualizzare questo video provate a vederlo qui.

Il mio piccolo paese

Pubblicato: 11 giugno 2008 da massitutor in pensieri in libertà, viaggio

lizzano e il suo enzo

Al centro della valle
un falco vola in alto
e controlla la situazione
il giorno è bello
sereno con il sole
limpida l’aria
a orrizzonte lontano

sulla terra invece
la storia è un pò diversa
due vecchi si raccontano la vita
si sfidano a carte
bevono insieme
urlando ai loro vent’anni
come se i vent’anni ci fossero ancora

in riva al fiume
martino il pescatore
e la sua tanta pazienza
pastura pastura
e quando il pesce cattura

incomincia un lungo discorso di
amicizia e sguardi…
martino il pescatore
gli toglie l’amo
e lo rimette in acqua
per la prossima avventura

al centro del paese
le lavandaie raccontano
storie di paese e uomini
uomini e cavalli
gendarmi e briganti
favole e realtà

per sfogare la loro rabbia
il bucato più bianco sarà
nel rosso tramonto
ognuno comincia a
tornare nella propia casa

tociar nella polenta
la ripetuta renga
che serve a dare sapore
bere vino e cantare canzoni
fino al buio della notte

dove tutti andarano a dormire
lasciando il posto
alla luna e alle stelle

come bella Lizzano stasera

piccolo paese mio
di valle dove il reno
fa la luce argentata
che si vede da lontano

aiutami a ricordare
che prima di essere
diventato qualcuno
son partito
da questo piccolo paese
e ne sono fiero.

Lost Angels

Pubblicato: 6 giugno 2008 da massitutor in asfalto fuoriporta, assistenze e bisogni, dormire, viaggio

immagini da Skid Row (Los Angeles)Qualche tempo fa ho incontrato Alfredo Falvo: un giovane fotografo che è stato quattro mesi a Los Angeles per fare un libro sul quartiere Skid Row. Ed ho imparato due cose: intanto che Skid Row non è solo il nome di un gruppo tamarro ormai fortunatamente estinto: il termine “Skid row” nasce dalla tipica storpiatura dello slang statunitense del termine “Skid road”, cioè le strade usate da chi trasportava legname e che per non impantanarsi metteva sul selciato assi (gli skids appunto), oggi per gli americani è un simbolo: andare in malora, fare bancarotta, finire per strada e perdere tutto. Inoltre è il nome di un quartiere ai confini della città di Los Angeles (vicino a Hollywood) popolato da homeless, veterani, gente povera, pensionati, disoccupati…
Sono state concentrate lì tutte le associazioni e le missioni che si occupano dei senzatetto. La violenza e il pericolo di morte sono dietro ad ogni angolo, a dei livelli che mi vergoigno a sintetizzare in queste poche righe. Decine di migliaia di persone dormono per le strade, altre possono permettersi una pulciosa pensione per una ventina di giorni e l’ultima settimana se la fanno in strada.
L’ho ascoltato raccontare, ho visto
il suo reportage (Lost Angels, appunto) e quelli di altri fotografi e penso al Centro diurno, al Drop in, penso alla zona di via Sabatucci, penso a Piazza Verdi e al nostro degrado casereccio, che puzza di piscio e lasagne.
Ci meritiamo tutto.

MILANO era un sogno italiano

Pubblicato: 26 aprile 2008 da massitutor in pensieri in libertà, sogni, viaggio

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La società è come
il fumo di una sigaretta
come le ciminiere di Milano

il posto in fabbrica rassicurava la vita
e si poteva far crescre
qualcosa, il futuro italiano

gli amori diventavano più concreti
per tutti a Milano la vita era un sogno
che si realizzava

chi arrivava a stormi coi treni dal sud
con le valige di cartone,
rondini a primavera
che tornavan nelle grondaie
amiche di braccia possenti
dell’industria che chiamava.

la società è come
il fumo di una sigaretta
come le ciminiere di milano

il sogno italiano
si faceva bello
con il lavoro che c’era
si poteva vedere tutto
con più serenità

Berlusconi era ancora alla ricerca del suo fare
e del suo dire, prometteva già
non so se per vizio o per culo
già dall’ora vinceva sempre e non moriva mai
faceva piangere anche la madonnina

chi a comprato la casa
e chi a visto cresciere la vita
i tempi eran buoni e sopratutto veri

come curare giardini in fiore
dove ogni volta nasceva un amore
e che bell’amore, che bella vita

chissà se a distanza di anni sarà ancora così
quello che sto raccontando
la mia Milano, Milano di ieri

ma come era bella Milano, Milano di ieri
il lavoro, la famiglia
si sognava l’Alfetta
per poi sembrare signori
anche se signori non lo si era
era l’orgoglio della mia Milano di ieri

la società è come
il fumo di una sigaretta
come le ciminiere di Milano
e quel profumo di uova strapazzate
e che tempi
40 di e 40 not ,o me bela madunina

Salviamo il Salvabile

Pubblicato: 26 marzo 2008 da massitutor in civiltà, droga, famiglia, felicità, lavoro, libertà, politica, salute, viaggio

 tempestaOggi 23 Marzo 2008. Giorno di Pasqua, il quale per molti, ma non per tutti è un giorno di pace non solo spirituale ed ecclesiastico, ma di pace interiore, la quale io non vivo e condivido con nessuno, tranne con la Solitudine, avendo scelto di rimanere da solo, per non far ricadere le mie colpe e i miei errori alle persone che ho amato, e tutt’ora amo, anche se a modo mio. Consapevole degli errori commessi agendo in questo modo. Ed è proprio per esternare gli stessi ho deciso di andare via non per vigliaccheria ma per non far soffrire le persone che amo. La decisione è avvenuta in un periodo di crisi familiare, economica, lavorativa, psicologica e, di conseguenza, a depressione e stati d’ansia e di colpa. Non sono uno stinco di santo, e dato di fatto sono ricaduto nell’abusare di droga e alcool, richiudendomi sempre più in me stesso e abbandonando e tralasciando tutto e tutti. Per salvare il salvabile ho deciso di far vivere loro una vita autonoma perchè sono per il "vivi e lascia vivere", ma questo discorso lo puoi affrontare quando sei da solo, non quando sei sposato e padre di due ragazzi di 19 e 15 anni. Allora subentrano i compromessi, i quali a me proprio non vanno giù, ma col passare del tempo ho imparato che senza i quali non si va da nessuna parte, ma strafottendomi delle conseguenze ho scelto il male minore che ritenevo allora possibile. Andare via, pensate ciò che volete (Vigliacco, inetto, irresponsabile e altri termini che a vostro parere ritenete opportuni). Ma non sono andato via senza aver salvato l’equipaggio come fà un buon capitano mettendolo al sicuro da un mare in tempesta con onde alte fino al cielo, fulmini che illuminavano di giorno le notti senza nè stelle nè luna, tuoni talmente assordanti, che rimbombavano e rimanevi frastornato e stordito per minuti senza renderti conto del tempo trscorso. Ora, rimasto solo sulla nave e assicuratomi che l’equipaggio è in buone condizioni, sto cercando di far attraccare questa vecchia carretta in un porto. Lo so, per rimetterla in mare in condizioni di poter affrontare la navigazione per un ritorno alla dignità ci vorrà del tempo, forse tanto, ma non demordo, anzi sarà uno stimolo in più per constatare che l’esperienza vissuta, e gli anni trascorsi in un mare in tempesta e pieno di vortici che più volte mi hanno risucchiato,  non accada più. Resomi conto  degli errori commessi nel passato farò in modo che ciò non accada mai più, rinsavendo, cambiando, migliorando almeno spero l’attuale tenore di vita, il quale non è più tollerabile e sopportabile almeno per me.