Archivio per la categoria ‘operatori dispari’

Grande spazio in queste settimane per il dormitorio Massimo Zaccarelli, in via del Lazzaretto 15, a Bologna. E giustamente perché per tutti noi quel posto è simbolico e importante, a partire dal nome che porta. Inoltre a giorni partirà l’ "Emergenza freddo" dentro allo Zac e ci saranno tante cose da raccontare, credo. Un posto, lo Zaccarelli, che è più di un dormitorio: perché noi sappiamo che in ogni letto c’è una persona e che in ogni operatore c’è un essere umano pensante.
Qualcuno nei post qui sotto ha raccontato il suo pezzo di storia con la forza del tratto di Paz, una forza tale non può essere contenuta nei commenti: è per questo che le riporto qui sotto, in modo che questo grande romanzo collettivo possa prendere sempre più forma. Raccontare la vita, la notte, il tempo che scorre in un riparo notturno, qualunque esso sia. Questo vogliamo continuare a fare insieme a tutti quelli che sanno cosa significa. Grazie a chi è passato e a chiunque lascerà un segno.

quelli che lo Zac

… lo Zac? ma chi è lo Zac? Sembra il nome di uno dei personaggi di A. Pazienza: uno di quelli che si aggirano di notte tra i vicoli di Bologna, sotto i portici, tra il vapore del piscio fresco di un gatto e e l’odore di tortellini della "sgnaura" del primo piano… in quella Bologna che ormai degli anni ’60/’70 ha solo il ricordo dei nostalgici ed uno strascico di fama per chi non la abita più e ne sente ancora risuonare l’eco… ma non quello delle schitarrate nelle cantine tra vino e ideali, l’eco delle "madonne" dei borghesotti che si lamentano per una risata universitaria in Piazza S.Stefano, per un frisbee che vola in P.zza S.Francesco, per una birra in più tra le mani di uno "straniero" in Via Belle Arti…
Distratti dall’"indotto" non ci si accorge che la città muore sotto le palpebre chiuse di chi non sa ascoltare l’"altro", dentro le parole intolleranti di chi non sa rispettare la ricchezza del "diverso", tra le unghie di chi graffia ogni giorno i diritti umani per difendere il proprio status, nell’ipocrisia di chi ignora il disagio del proprio vicino… Bologna la dotta che non sa neppure chi è Zac, la grassa che non immagina neppure quanti personaggi siano contenuti nello Zac!
Si perché Zac potrebbe essere un bellissimo personaggio di Pazienza: alto e secco, con la paglia in bocca ed il buco fresco nel braccio; grande e grosso con il tatuaggio sul bicipite ed il prurito alle mani ogni volta che qualcuno lo guarda "strano"; basso e tarchiato con lo stomaco gonfio di etilico e la voglia di litigare un po’; giovane e bello, con la pelle olivastra e gli occhi profondi di un viaggio di speranze finito male; brutto ma fico, uno di quelli un pò loschi che piace tanto perché non si lascia sapere mai fino in fondo e sai che ti fotterà, ma non sai bene come; tondo, ancora grasso di un benessere passato, perso in un battito di ciglia, senza lavoro e fuori casa senza capirne il perché; artista maledetto, sesso droga e rock & roll che roll e roll e… roll; vecchio di esperienza con una ruga per ogni errore… Ma quanti personaggi avrebbe potuto inventare Pazienza con quel nome?
Infiniti come infiniti sono quelli che effettivamente passano dallo Zac che non è una persona ma un luogo: è la "casa degli invisibili".
E’ lo Zaccarelli, un dormitorio nella prima periferia di Bologna, che raccoglie storie di vita diverse e le sdraia una accanto all’altra, dentro corpi che già le raccontano da sé, su materassi pieni di vita, sotto coperte che nascondono la storia di ieri, la difficoltà di oggi, dentro armadietti che contengono cose…case!
E’ la realtà dei senza fissa dimora più fortunati che questa notte avranno una coperta sulla pancia e domani "speriamo vada meglio"; è la realtà degli operatori "pari" e di quelli "dispari" che ogni sera aprono la struttura ed accolgono gli ospiti uno ad uno: ciascuno col proprio bagaglio, con le proprie zavorre, con le proprie paure, con le proprie difficoltà, con le proprie richieste, relazioni, reazioni e modalità, ciascuno semplicemente e diversamente il frutto della propria storia! Tutti diversi ma tutti schiacciati dentro la stessa realtà, emarginati dietro la stessa etichetta, tutti standardizzati negli stessi bisogni primari della "bassa soglia" dove i diritti di base non sono per nulla scontati ma brillano di privilegio perché, si sa, c’è anche chi sta peggio… a Bologna e non solo!
Lo Zac è un luogo che si trasforma in sensazioni, emozioni, suggestioni: è il vapore dell’ultima goccia di vino prima di entrare, un giardino deserto, un mozzicone succhiato all’osso e lasciato morire sull’asfalto, l’odore pesante di una giornata per strada, il neon freddo di un corridoio vuoto, l’ufficio in vetrina di chi si mette ancora in gioco, un pezzo di vita tatuato sulla pelle, l’urlo di chi non ci sa stare, lo sguardo alienato dentro al tubo catodico, il litigio per chi ha spento la luce, un bacio strappato dietro l’angolo, la bestemmia di chi non sa più con chi prendersela, il grazie di una donna in fuga, la rabbia di chi non trova lavoro, la paura di tornare per strada, il panico dell’instabilità, la solitudine del migrante, le lacrime di chi naviga nel buio, il bisogno di ascolto, l’aggressività di chi ce l’ha col mondo, la provocazione di chi ti identifica con l’istituzione, una sedia che ti accoglie, la fila per parlare, un ospite che sta’ male, le monete che scendono nel distributore di bevande, la scrivania come barriera, maschere che salgono e maschere che scendono, un sorriso regalato ed uno negato, l’équipe come forza, gli strumenti per capire, il collega stanco, la fatica del ruolo, il burn out di chi è troppo scoperto, la voglia di conoscere, la curiosità di sapere, l’energia da scambiare, il desiderio di sapere… la macchina burocratica che deve andare avanti, nonostante tutto!
Lo Zac è questo e molto altro se lo sai vedere: è il "vicino" che ti sbatte l’anima allo specchio, è l’"altro" che ti discute l’etica, è il "diverso" che ti ribalta gli schemi, è lo "straniero" con un’ottica diversa della vita, è l’"invisibile" che incontri solo con gli occhiali giusti, sei tu se hai ancora voglia di "sporcarti le mani" di vita…
Allora, con un po’ d’ironia, se lo Zac fosse un fumetto, sarebbe un personaggio fantastico che cambia faccia ogni giorno ed ogni giorno ha una vita da raccontare e mille da ascoltare, un problema da risolvere e mille da affrontare, un sorriso da trovare e mille ancora da regalare, una mano da chiedere e mille da stringere, il fondo degli occhi da navigare, un nuovo paio di occhiali da indossare!

Svegliaaaa!… un urlo mi rimbomba le tempie: un altro brutto sogno?! No, è la vita! Ogni mattina mi sveglia con un grido che mi riempie la testa, mi scende nello stomaco e rigurgita rabbia… ogni mattina che mi sveglia così vorrei sputargli in faccia, ma poi ho paura e non lo faccio… e allora spero solo non sia più di turno quell’operatore che chissà cosa gli hanno fatto perché mi entri ogni volta nella vita senza neppure chiedere permesso… e allora mi rannicchio dentro quel materasso abitato dalle storie di tutti quelli che l’hanno dormito, sotto le coperte del mio nido che all’inizio mi faceva schifo e ringrazio il mio dio di avere almeno questo posto in ‘sto mondo che sembra non volermi da nessuna parte!
"Grazie, adesso mi alzo" -dico- "ancora cinque minuti" -penso- "ancora tutta la vita" -spero-… ancora cinque minuti di sogni prima del gelo: chiudo le palpebre e lascio che la mente voli al mio paese, tra la mia gente, con la mia famiglia… Volo nello spazio e attraverso il tempo e mi ritrovo tra le spezie di casa, sotto le coperte ad aspettare il bacio del buongiorno di mia madre: undici baci del buongiorno, uno per ogni figlio, uno ogni giorno! Io ho avuto un bacio al giorno per nove anni, poi mio padre è morto e da quel giorno mi hanno detto che dovevo diventare grande, così ho lasciato la scuola e sono andato in fabbrica!
Qui è inverno ormai ed io ho paura che mi mandino via dal dormitorio, ho paura del freddo, ho paura che mi congeli il sangue e mi uccida l’anima!
Chissà se anche lui ha paura di qualcosa? Chissà se anche gli operatori hanno paura? Chissà perché fanno gli operatori?
Oggi mancano 27 giorni alla scadenza del mio permesso di soggiorno e l’ansia sale… Oggi è il 27 del mese e non ho lavorato abbastanza per mandare sufficienti soldi a casa e l’ansia sale…
Mia madre deve essere operata all’aorta, i miei figli devono andare a scuola per una vita migliore della mia, mio fratello ha perso il lavoro ed ha quattro figli da fare studiare… tutti contano su di me perché la famiglia ha investito tutto ciò che aveva sul mio viaggio verso la fortuna, nel paese delle opportunità…
Chissà se anche lui ha una famiglia? Chissà se anche gli operatori avevano il bacio del buongiorno ogni mattina?
Oggi comprerò una bella carta da lettere e dalla mia panchina della Montagnola scriverò la lettera del mese di Novembre: racconterò loro della casa nuova, della macchina che ho comprato, degli amici che ho trovato e della richiesta di permesso per farli venire tutti in viaggio qui, magari per Natale, magari per un po’, magari per operare mamma, magari tutti assieme, magari fosse vero!
Li vorrei tutti qui, nel paese dei balocchi che si sdraia al sole del Mediterraneo e ti invita a salire sulla giostra senza dirti del biglietto che dovrai pagare!
O forse non vorrei mai essere venuto qui sullo stivale che ti prende a calci nel culo ed ogni giorno ti violenta un diritto diverso!
O forse non so neppure più cosa vorrei!
Certe mattine come questa vorrei non fosse mai mattina, vorrei restare qui nella tana e non uscire più, vorrei fermare il tempo e cambiare l’ingranaggio che non va…
Chissà se anche lui certe mattine vorrebbe non esistere?
Chissà come sono le mattine degli operatori?
Chissà, forse gli operatori mi direbbero che ogni mattina è diversa dalle altre per ogni vita di operatore che è altro…
Ma allora perché noi utenti siamo spesso tutti uguali? Allora perché le mie giornate sono spesso la copia delle precedenti?
Questa è una di quelle mattine in cui vorrei "non essere" e spero solo di essere il sogno di un gigante che presto finirà… è una di quelle mattine che semplicemente vorrei non fosse…
Poi mi tiro su e penso che presto sarà diverso, che un giorno toccherò i sogni, anche per tutti quelli che non li sognano neppure più…
e intanto mi accontento di essere un fumetto dello Zac!

I Pro e i Contro della Libertà

Pubblicato: 27 novembre 2008 da massitutor in lavoro, libertà, operatori dispari
pigsIn una versione apocrifa del famoso episodio tratto dall’Odissea, Lion Feuchtwanger sostenne che i marinai ammaliati dalla maga Circe e trasformati in scrofe, trovarono oltremodo soddisfacente la loro nuova condizione e si opposero disperatamente ai tentativi di Ulisse di ridare loro sembianze umane.
Allorchè questi disse loro di aver trovato delle erbe magiche in grado di spezzare l’incantesimo che li imprigionava e che essi sarebbero presto tornati nuovamente uomini, i Marinai/Scrofe se la dettero a gambe a tutta velocità piantando in assi il loro Zelante Salvatore.
Alla fine questi riuscì a prenderne uno e a strofinargli l’erba magica sul dorso; ed ecco che dal corpo setoloso dell’animale spuntò fuori Elpenoro, un uomo, sotto tutti i punti di vista assolutamente normale. Il "liberato".
Elpenoro non fu affatto grato a Ulisse di tale liberazione e attaccò furiosamente il suo "liberatore":

E così sei tornato, farabutto, ficcanaso che non sei altro? Vuoi tornare ad affligerci e tormentarci, desideri ancora esporre i nostri corpi ai pericoli e costringere i nostri cuori a prendere sempre nuove decisioni?
Com’ero felice; potevo sguazzare nel fango e crogiolarmi al sole; potevo trangugiare e ingozzarmi, grugnire e stridere, ed ero libero da pensieri e dubbi: "Che devo fare, questo o quello?"
Perché sei tornato? Per rigettarmi nell’odiosa vita che conducevo prima?

Z. Bauman
Live Zac 048La notte quì è come il testo di Massi Tutorè simile a qualcosa di incomprensibile ma più simile a qualcosa di inverosimile. Alle volte pensiamo a cosa sta succedendo in quelle ore a Bologna,
che si ferma e che riprende ad andare, che si ferma e che riprende ad andare,
che si ferma e che riprende ad andare,
che si ferma e che riprende ad andare….

Bologna dalle 18 alle 21 è come il capolinea del 35: fino a quì arrivano solo loro. E dalle 21 in poi si divide fra chi entra e chi esce dal ventre della notte.
Quando lavoro quì non esco e non entro, semplicemente Sto (P).
Allora entriamo quì: l’ufficio per noi è come un rifugio antiatomico e noi ci sentiamo bombardati quando cominciano ad arrivare gli ospiti. Alcuni varcano la soglia come se fossero dei giocatori di rugby sulla linea di meta, altri invece rotolano ondeggiano liquidano scivolano in ogni direzione.
Il tempo scorre diverso da ogni altro posto in cui siamo stati: il tempo ci scivola addosso, alle volte si appiccica come carta moschicida sulla pelle, mentre altre sere sembra come una doccia ghiacciata in pieno inverno.
Un sacco di domande affollano la nostra mente prima di entrare in turno e succede tutte le volte: "quanto durerà? quando finirà? ma passerà?"
Le risposte? Non le vogliamo, meglio non pensare.
Lavorare quì allo zac è un fare o un non fare? E’ un pieno o un vuoto? Lontano da vicino e dal resto del mondo.
Torno a casa e nelle tasche ritrovo tutte le parole che mi sono state buttate addosso questa notte, le spargo sul tavolo e leggo la solita storia.
Questa è la mancia stasera.

A Massi Tutor con affetto simpatia e allegria….
(bene, andrea, miki e maria alè alè)

Un posto dove andare

Pubblicato: 13 novembre 2008 da massitutor in assistenze e bisogni, civiltà, operatori dispari, televisione

Accolgo volentieri la segnalazione del nostro amico Maurizio Rotars della Bar Boon Band di Milano: dopo una storia come quella di Rimini, che è una storia di abbandono prima che di violenza, vediamo, in questa intervista ai volontari del Centro S.O.S Exodus della Stazione Centrale di Milano, quanto sia importante il semplice gesto dell’esserci.

Vite diverse

Pubblicato: 9 ottobre 2008 da massitutor in asfalto fuoriporta, operatori dispari, radio asfalto
Una volta, in una notte di fine estate, sono stato invitato da Susanna Schimperna, a partecipare al suo programma radiofonico su Radio Due che si chiama Cattivi Pensieri, che è anche un blog. Il tema di quella puntata era "Vite Diverse". Dunque io e Pietro Simpit abbiamo affrontato brillantemente temi tipo: vite ai margini, lavoro sociale, drop-in, drop-out, libertà, viaggi, servizi sociali e altre amenità di questo genere. Ora è possibile riascoltarla qui, in questo lettore, per chi quella notte, buon per lui, stava dormendo o facendo qualcosa di più interessante.

Lungo i bordi

Pubblicato: 21 Maggio 2008 da massitutor in assistenze e bisogni, operatori dispari

Residenti, non residenti; chi sta dentro e chi sta fuori? Chi decide e su quali requisiti? Attorno e lungo i confini disegnati da un’accoglienza geo-architettonica lavorano, vivono e sopravvivono delle persone.

confine Messico - Stati Uniti

Erano i giorni del Festival Naufragi; lavoravo insieme ad Andrej alla costruzione della mappa cittadina dei servizi e alla pubblicazione online della Guida ai Servizi "Dove andare per…"; passa dal laboratorio Gian Maria Vallese di Nuova Sanità e mi consegna un testo. Chiedo che cos’è, mi dice che è qualcosa sull’accoglienza. Ma cosa devo farne? Quello che vuoi, mi dice. Se non ho incarichi precisi tendo a non prendere decisioni sul materiale altrui, dunque lo leggo, lo rileggo, lo infilo in borsa poi lo metto in un cassetto. Dove è rimasto fino ad ora.
Poi, guardando il video di Caterina Pisto, abbiamo ricominciato a parlare di accoglienza e convivenza in città. Ci rendiamo conto che un convegno non basta, è solo l’inizio. Inoltre è importante che il pensiero vada oltre le stanze delle università e dei palazzi e prosegua proprio nelle strade, sui luoghi di lavoro, magari anche attraverso questo blog.
In quella discussione è emerso il solito vecchio problema delle risorse a disposizione e alle risposte diverse che vengono date ai bisogni delle persone: Mauro ci riporta che: "Strada facendo, il convegno triennale organizzato dal Gruppo Abele ha proposto l’ RMI , reddito minimo di inserimento ,e la carta dei diritti nazionale, una spece di tessera socio sanitaria per i disagiati, che schivi le pastoie burocratiche regionali ( per capirci, chi paga cosa e per chi) la Chiesa non ha questo problema, non distingue tra residenti e non". Per poi far emergere il tema della cronicità: che, in termini medici, si definisce "un equilibrio tra disturbo o elemento patogeno e le reazioni dell’ organismo ospitante. Puo prevedere delle terapie mediche, ma anche no. Il superamento della cronicità verso la guarigione una volta portava ad un uso scellerato delle terapie con frequenti esiti infausti. Oggi l’obbiettivo di cronicità/equilibrio è considerato fondamentale." Cosa viene fuori se esportiamo il concetto di cronicità nella società? Nei comportamenti devianti e compulsivi? Negli stili di vita?
Chi ha idee o domande da tirare fuori è il benvenuto.

Questo è il testo di Gian Maria di cui accennavo sopra:
Perché …. quando parliamo di accoglienza, inevitabilmente si toccano alcuni aspetti, compresi nella dimensione semantica del termine (“ricevere con varia disposizione d’animo, approvare, accettare, contenere, ospitare, raccogliere”); se ci poniamo il problema dell’accogliere, fino al suo significato profondo … dobbiamo considerare un dentro e un fuori, un luogo dal quale o nel quale si trova un soggetto e un altro, pronto ad accogliere lo spostamento … si accoglie qualcosa e qualcuno, sempre “dentro” qualcosa e qualcuno.
Ché tra dentro e fuori, esclusione ed inclusione, la linea di separazione è quanto di più lieve e al contempo forte, quanto più variamente deboli e/o forti possono essere le tendenze/linee politiche …”… che a ogni epoca corrisponde una strategia di modi di esclusione/inclusione ….”
 
Diverse e complesse sono le variabili che entrano in gioco.
 
È difficile mettersi di traverso e rompere il passo a chi ci ricorda che le ideologie con cui l’esclusione si legittima e fa vittime, sono vecchie e insieme sottilmente nuove, per cui vanno combattute direttamente, battute sul tempo, se ancora si riesce. Non è facile dire a chi fa politica e che ci invita ad “agire”: fermiamoci a ragionare sulla questione della linea, perché la linea è pur sempre un muro, uno steccato, un confine, una soglia, e noi vorremmo sapere quando torna ad essere il muro che vogliamo abbattere e quando invece essa è una soglia mobile, attraversabile in una direzione e in quella opposta.
 
E a proposito di soglie …. dalle basse alle medie, fino alle alte: di che si tratta, se non di misure, cifre, indici …. e così si dice che la misura è colma, che si è oltrepassata la misura, che è meglio tornare a fare le cose a misura, su misura, con misura ….. ma oggi che le misure stanno saltando o sono già saltate??!! Come ci misuriamo con la misura??!! Non con le poetiche dismisure e smisurate preghiere, dove egregiamente si scrive: “si tratta della con-fusione del nostro tempo … , che tragicamente (ma anche le tragedie vivono e fanno vivere le loro esaltazioni, le loro grandezze) prende atto, nella crisi di sé, della smisurata e lentissima (agonia sovente insopportabile) decadenza. Non la decadenza di un modo, di una moda, di un breve tempo, ma di un mondo. Di una civiltà. O cosiddetta.”
Ma delle nostre soglie sociali??!! … della famigerata bassa soglia, ad esempio …. cosa se ne evince dalle nostre piccole e grandi vicende??!! … lavoriamo veramente per l’inclusione, o talvolta le nostre pratiche ci spingono o meglio spingono verso l’esclusione??!! Che non sia, che lavoriamo per mantenere lo stato di esclusione dell’escluso??!!
 
Fino a che punto si accoglie, si include, l’escluso??!! … come non fare i conti con la dose di “esclusione” che è insita nell’atto dell’accoglienza, dell’inclusione??!!
 
Complessa è la questione del limen, del confine, della soglia, della linea…. “E quali sono gli effetti di un gesto politico che ritiene di costruire soglie e invece alza nuovi muri, e quanto sia importante, anzi vitale, per questo gesto, il riconoscere che ogni linea è ogni volta un muro e una soglia , un’ospitalità e un’esclusione: insomma che quel gesto mentre crede di essere positivamente univoco, è sempre doppio, e anche negativamente doppio. Infatti ripropone, sempre, la violenza inclusiva del dentro e del “noi”.”    
 
Allora, “… per riuscire a “vedere” l’esclusione, di quale sguardo dovremmo dotarci??!!
 
Forse, lo sguardo, dovrebbe andare nella direzione del riuscire a comprendere meglio la nostra possibilità di “sopportare” l’ospitalità, di far propria un’idea di ospitalità che appartiene proprio a chi è nato nel deserto. Colui che in modo “inatteso” vi si presenta davanti ha sempre un posto riservato sotto la tenda. È l’invitato di Dio. ….
 
Noi invece, il nuovo arrivato, lo accettiamo solo se siamo riusciti veramente ad attenderlo (dentro di noi): cambia qualcosa in noi se vediamo l’altro, come un utente, uno straniero, emigrato o esiliato politico, studente, ricercatore, turista ……..
Qui da noi, se chi arriva è inatteso, è lo straniero, l’emigrato, il “senza nome”, rischia di essere percepito come un intruso, un invasore, un nemico e non sopportiamo che ogni soglia venga cancellata: questo ci tocca completamente e davvero ci spiazza.
Noi ospitiamo bene chi desideriamo ricevere, mentre l’inatteso (l’ospite nel senso più vero) ci spaventa.
 
Cosa ci resta da dire e da fare, una volta compreso che c’è una contraddizione insopportabile nel concetto di ospitalità/accoglienza??!! Come abitare autenticamente l’accoglienza??!!  Forse dovremmo tornare “a vedere la linea di esclusione con cui inizia un processo di “internamento” che non riguarda soltanto i “folli”, i “respinti”, i “senza nome”, ma viene poi a coincidere con un tratto sociale caratterizzante”.

Storie del Cesso

Pubblicato: 9 Maggio 2008 da massitutor in operatori dispari

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Disegni di Maxz

leggi le leggende metropolitaneLe leggende urbane hanno sempre accompagnato la nostra vita fin da ragazzi.

Vengono sempre associate alle nostre più recondite fobie, tipo che se la tua fobia è quella di essere picchiato mentre caghi ecco che salta fuori il coccodrillo albino dalla tazza del cesso. Se sei particolarmente ipocondriaco ecco che dopo una notte di sesso selvaggio con una tipa appena conosciuta ti ritrovi alla mattina dopo scritto col rossetto sullo specchio del cesso “benvenuto nel mondo dell’aids”. Se sei particolarmente attaccato alle tue cose e hai paura di perderle ecco che ti risvegli senza un rene in una vasca da bagno piena di ghiaccio. Cose così, insomma.
In genere non sono comprovate da nulla ma nel contempo non c’è nemmeno nessuno in grado di smentirne oggettivamente l’inattendibilità.

Nell’ambiente di strada, si sa, amano tutti piangersi addosso.
E’ sempre colpa di qualcun altro se ci si è ridotti così, in genere in quest’ambiente la dietrologia è la filosofia più diffusa. I complotti, insomma, sono il pane dell’esistenza stessa.
Nulla di più vero.
Infatti, me la vedo la scena, tutti i potenti del mondo riuniti attorno ad un tavolo a congiurare contro la vita dello sfigato di turno con fogli di via a pioggia, a volte x-files esiste. Qui le leggende urbane fioriscono come i le margherite a primavera.

Facciamo qualche esempio.
L’altro giorno un tizio qui al Centro diurno se ne esordisce con una frase che dà da pensare. “Se non ci fossero i tossici, tu (cioè io) rimarresti senza lavoro”.
Ci ho riflettuto un po’ su e poi sono arrivato alla conclusione che, hey, è vero!
E infatti è per questo che esiste il metadone. Per far rimanere tutti tossici. In realtà smettere di farsi sarebbe abbastanza facile, basterebbe pregare un po’ di più la madonna e bere un bicchiere d’acqua ragia. Ma No. Poi come cazzo faremmo noi operatori?
E’ tutto un complotto orchestrato fra noi, i servizi sociali, viale vicini, i sert e l’unità mobile.

La convinzione più diffusa è che all’antoniano mettano dei sedativi nel mangiare.
E’ perché ancora non hanno visto quanto rivotril metto io nel bidone del caffè del centro diurno. Circa una boccia. All’antoniano sono dei fottuti dilettanti, al limite ci mettono un po’ di tavor.
E del resto perché mai dovremmo subirci risse e manicomi vari ogni cinque minuti?
Quando sentite di uno che muore in un dormitorio o in un gruppo appartamento vi diranno sempre che è stato trovato solo quattro giorni dopo in stato di decomposizione, perché agli operatori non gliene sbatte un cazzo.
Sbagliato. Non tanto per l’analisi sugli operatori che in linea di massima può anche essere azzeccata ma perché in generale lo scopriamo dieci giorni dopo, no quattro.

leggenda3 Spesso ci viene contestato che rubiamo i pasti per portarceli a casa e mangiarli noi.
Non so se sia vero, però l’altra sera dovevo invitare a cena una tipa e per fare bella figura e non sbattermi troppo ho pensato che sarebbe stata un’ottima idea riscaldare lo spezzatino della enichem che ho preso in prestito da qui. Poi ho scoperto che era vegan, così ho riscaldato i broccoli ogm, ma questa è un’altra storia.
Altra convinzione diffusissima è che gli operatori siano tutti stati in galera o in comunità o al ricovero almeno una volta nella vita.
Io no, l’ho sempre fatta franca, ho spacciato lsd ai bambini per tre anni in uno dei punti più centrali della città e non mi hanno nemmeno mai fermato per un controllo.

Rileggendo tutta sta menata mi sono accorto di come io sia forse l’unico essere umano nel raggio di svariati chilometri a poter tranquillamente confermare la veridicità di alcune fra le leggende urbane più diffuse nell’ambiente di strada.
Chissà che tornando a casa non mi imbatta pure in una scia chimica.
Mh, ci penserò dopo, per l’intanto vado giù a fumarmi una canna coi filetti di banana.

Il braccio della morte

Pubblicato: 17 marzo 2008 da massitutor in droga, morte, operatori dispari, pensieri in libertà

camino_mortoGente rovinata dall’alcol ne ho vista, ne ho sempre vista nel mio lavoro, purtroppo col tempo si tende a considerarla come una malattia naturale della gente di strada. Si dice:
Era malato al fegato,
Gli è venuto un embolo,
E’ morto di cirrosi… Sai, una vita di strada. Una vita di strada…
Gli amici di bevute si abbracciano, spremono lacrimoni densi e vanno a fare una bevuta in suo onore. ‘Che quello stile del cazzo da fricchettoni di strada non vada perso; ‘che l’ipocrisia delle lacrime ai funerali è anche di questo mondo.
Dall’altro lato della strada poi le cose non cambiano e guardare in faccia alla realtà non è mai facile: molti operatori infatti non disdegnano, la sera, qualche birra di troppo e quindi rimane un tabù del cazzo. E si dice:
Ma beveva quel vinaccio in cartone, non una sana doppio malto come si deve.
Come si deve? Ah sì e Come si deve? Eppure ogni anno in Italia muoiono 25 mila persone a causa dell’alcol (oltre 17 mila uomini e circa 7 mila donne), considerando anche le vite lasciate sulla strada con gli incidenti. Sono le cifre di una guerra. Nella mia esperienza posso dire di aver visto morire solo di alcol, ho visto il sangue soprattutto per alcol. Un Venerdì sera, al Centro diurno ho visto un cesso completamente sommerso nel sangue. Sembrava che fosse esplosa una bomba di sangue nel cesso, mentre è stato l’ennesimo sbocco di un enorme corpo in decomposizione, un corpo che cammina per miracolo. E’ la persona più morta che ho mai conosciuto, ma non nel senso del morale, non come si dice fra amici nel pub… "Che serata morta" o "Come sei morto questa sera". Questo è proprio un uomo che sta morendo, nel senso che è già morto per metà, lo sa e aspetta la morte. Da anni. Parte del suo corpo è morto e contratta col la parte che sopravvive una linea di decomposizione. Ogni giorno.
Doveva andare ad un funerale sabato mattina, ci tiene molto a queste cose lui, sì: il mezzo morto frequenta volentieri i funerali, le messe e parla spesso di chi non c’è più. Doveva andare a salutare un compagno di stanza deceduto improvvisamente, ma non ci è riuscito perchè era all’ospedale. Il morto. Il morto che cammina all’ospedale costerà circa 500 euro al giorno alla collettività. Dscorso pericoloso lo so. E allora? Dovere di cronaca, rispondo. Questione di stili di vita certo. E allora? Boh? Una semplice riflessione.
Appena uscito dal ricovero, dove sono state usate le più sofisticate tecniche di diagnosi in un viaggio al centro delle sue budella mutanti, il nostro derelitto mi saluta con una birra in mano… Salute! E accenna un sorriso dagli occhi pesanti.

Poi un sabato pomeriggio sono stato in un dormitorio. Ho conosiuto un giovane operatore e incontrato vari ospiti che conosco ormai da anni. Ce n’era uno che sorreggeva il muro portante della casa con tutti i suoi cinquanta chili scarsi di peso. Pronunciando schifezze ed oscenità verso me e verso i carabinieri, che erano lì per un giro dei soliti. Nessuno lo considerava… come ogni giorno. Forse perchè anche lui è un uomo che è quasi morto. Lo è negli occhi, nel corpo, nelle mani, nella pelle. Questo mucchio di ossa, capelli e cuoio ha un lavoro; il lavoro che voleva lui, in borsa lavoro, poi una collaborazione e poi oltre. Bello, perfetto. O quasi. Va in giro dicendo: "Non mi dovete rompere il cazzo: lavoro tutta la settimana e i miei soldi, nel fine settimana, li spendo come mi pare. E se mi va di bermeli tutti sono cazzi miei". Non fa una piega no? Splendido. E’ proprio uno splendido mondo il nostro: dove ognuno è libero… Che meraviglia. E il lavoro rende liberi dicevano …ma la solitudine non cambia e la fogna rimane fogna. Sì, ok: da tempo mi dico che "lavoriamo sugli insuccessi", ma alle volte è un po’ troppo. Troppo? Ma cosa è Troppo? E’ troppo forse sapere di lavorare e vivere vicino a persone ormai definitivamente ed irreversibilmente morte? Cosa rimane quando persino la cura, la redenzione diventa inutile? Questo sì è faticoso. Perché una persona viva può sbagliare, può non riuscire, ma senti che ha la possibilità di riuscire, o quanto meno vai avanti e ti illudi almeno.
Questo mi porta a pensare che un sacco di gente, di colpo, scompare dalla mente, scompare dall’impegno che io potrei investire e questo mi alleggerisce in modo perverso. E’ una semplificazione che seduce quando si è stanchi. Mi ritrovo triste e leggero come nel vuoto lasciato da chi non c’è più.  Questo racconto, un lieto fine, una morale positiva non ce l’ha.